cinema

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venerdì 25 aprile 2014

LIBERAZIONE!

IMMAGINI DALLA LINEA GOTICA










domenica 16 marzo 2014

ITALO TONI / GRAZIELLA DE PALO

BEIRUT - 2 SETTEMBRE 1980





La DC al governo, uomini di punta Andreotti e Moro, molto attivi nelle relazioni internazionali. Negli anni ’70 l’Italia, a causa della sua posizione geografica, si ritrovava ad essere uno dei crocevia dei due più importanti affaires di politica estera: il conflitto freddo Est-Ovest e il conflitto armato arabo-israeliano. In quest’ultimo la linea seguita dall’Italia era quella filo-araba.

Democrazia Cristiana e Partito Comunista hanno sempre guardato con diffidenza a Israele. La sinistra collegava la nazione ebraica all’imperialismo americano mentre più pragmaticamente le volpi democristiane avevano molto più da guadagnare stabilendo canali ufficiali e non con gli arabi. C’era di mezzo il petrolio ma c’era anche il proposito di concordare con i palestinesi una pax duratura, il così detto Lodo Moro, che evitasse di coinvolgere l’Italia negli attacchi terroristici tipo Monaco ’72. Di fatto l’OLP aveva nell’Italia l’alleato più sicuro dell’Europa occidentale, potendo contare sia sulle forze governative che su quelle di opposizione, anche extraparlamentare.

Il 13 aprile 1975 dei palestinesi uccidono a Beirut il leader dei falangisti cristiani libanesi Pierre Gemayel. È l’inizio di una serie di vendette incrociate che scateneranno la guerra civile nel paese levantino che finirà soltanto nel 1991. Il Libano diventa teatro di scontri tra le numerose fazioni interne e che ben presto vedrà la partecipazione dei paesi vicini. Siria, Israele, Paesi del Golfo, Iran e le principali reti di intelligence del mondo.

A Beirut si incrociano petrodollari sauditi, finanzieri londinesi, gli interessi della ricca diaspora libanese, trafficanti di armi e droga. Come sempre in Medio Oriente, gli affari si legano alle divisioni etnico-religiose e politiche, nella cornice più ampia del bipolarismo e della rivalità tra sovietici e americani.

È in questo contesto che il 22 agosto del 1980 giungono a Damasco, destinazione Beirut, due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo. Lui esperto corrispondente dai luoghi caldi per Paese Sera, conoscitore del Libano con un non meglio precisato incarico presso il Ministero degli Interni; lei giovane ed entusiasta pubblicista che aveva sposato la causa palestinese. L’intenzione era quella di seguire la pista del traffico di armi e di droga sulla rotta Beirut-Damasco.

Le due capitali distano qualche ora di auto, la strada attraversa la regione della Beqaa, fertilissima valle coltivata a oppio e cannabis. Il confine Siria-Libano, allora come oggi, era il luogo giusto per reporter  a caccia di scoop. Come lo era il sud del Libano con i campi-profughi palestinesi.

Il 24 agosto i due italiani sono a Beirut e iniziano a muoversi cercando contatti con i vari gruppi militarizzati attivi nella città, in particolare nella parte ovest, quella controllata dai palestinesi. La mattina del 2 settembre 1980 hanno un appuntamento. Escono dall’hotel dove risiedono e salgono su un’auto. Da quel momento di Italo e Graziella non si avranno più notizie.

Come da copione si verificheranno depistaggi, interventi dei servizi segreti italiani e esteri, di massoni maroniti e perfino del generale del Sismi Santovito, legato a Licio Gelli. Con lo Stato italiano non certo pronto a collaborare e che anzi farà di tutto per chiudere la vicenda e avvolgerla in un silenzio tombale.


Ancora oggi la verità e la giustizia sono lontane e sempre più difficili dall’affiorare. Si possono soltanto fare ipotesi. Quella più verosimile è che Toni e De Palo siano finiti nelle mani degli estremisti del Fronte Popolare Liberazione Palestina, scambiati per spie israeliane o forse testimoni di qualche verità compromettente.  La causa palestinese non poteva essere screditata come non poteva essere messo in discussione il Lodo Moro da parte dello Stato italiano.  Da qui la probabile eliminazione dei due scomodi giornalisti.

Il Libano nel 1982, ai tempi dell'occupazione israeliana chiamata
'Operazione Pace in Galilea'. Cartina da Frigidaire, n. 32-33 estate 1983

venerdì 24 gennaio 2014

GIORNO DELLA MEMORIA

ARTE E SHOAH


Fritz Hirschberger, Indifference


Indifference


Fear not your enemies,
for they can only kill you.

Fear not your friends,
for they can only betray you.

Fear only the indifferent,
who permit the killers and

betrayers to walk safely on earth.







Indifferenza

Non aver paura dei tuoi nemici,
possono solo ucciderti.

Non aver paura dei tuoi amici,
possono soltanto tradirti

temi solo chi è indifferente
perché è l’indifferenza che permette
all’assassino e al traditore
di camminare tranquilli sulla terra.

Poesia di Edward Yashinski, poeta yiddish polacco, sopravvissuto alla Shoah.


Fritz Hirschberger, Hypocritical Oath

Fritz Hirschberger, The Concordat


I dipinti di Hirschberger fanno parte della serie Sur-Rational Paintings dei primi anni Novanta con cui il pittore ebreo tedesco, anch'egli sopravvissuto all'olocausto, propone un'interpretazione politica e poetica della terribile esperienza vissuta. I colori accesi, la linea da cartoon, l'infantilismo emozionato stridono con l'atrocità del tema e con la forza del messaggio che è insieme atto d'accusa e testimonianza.

“The contents of these paintings represent the views of a survivor artist and his response to the Holocaust. The majority of the paintings are based on my personal experience or an historical fact. The paintings ask questions, but give no answers.”                                                        
                                                                        Fritz Hirschberger


giovedì 27 settembre 2012

CINEMA E SHOAH

INSEGNARE LA SHOAH




Mi è stato chiesto di tenere alcune lezioni su un tema spinoso ma per me troppo affascinante e quindi ho accettato volentieri. Insegnare la Shoah. Si è formato un gruppo di lavoro coordinato da Alfredo in cui sono stati enucleati degli aspetti da assegnare ad ognuno dei componenti il gruppo stesso. Berto tratterà l’aspetto storico, Giampaolo quello religioso, Alessandra proporrà testi letterari e via dicendo. Io farò due interventi. Uno su cinema e Shoah, abbastanza tradizionale quindi; nel secondo, per me più stimolante, cercherò di  presentare la figura di Paul Celan, autore fondamentale poco frequentato in ambito scolastico.

Come si preparano  interventi di questo tipo? Intanto si pensa ai destinatari degli incontri. Si tratta di un gruppo ristretto composto da ragazzi  di quinta superiore e alcuni insegnanti. Non più di quindici persone. Lo scopo è di fornire tracce per ulteriori approfondimenti più che trattazioni sistematiche. Suscitare curiosità, guardare i fatti da angolature eccentriche, evitare la consueta retorica che certi argomenti si portano inevitabilmente dietro, proporre cose non troppo consuete.

Obiettivi non da poco, per raggiungere i quali cercherò di fare come gli arcieri del caro Niccolò, “ e quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiungere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.” E questo giusto per mentovare Machiavelli ché io sempre felice sono ogni qualvolta capiti di rammentarlo.

Sto preparando le lezioni e lo faccio pensando innanzi tutto a cosa non farò. E questo, s’intende, per la lezione su cinema e Shoah, perché per quella su Celan è già tutto chiaro. Cosa si fa in circostanze come queste nelle scuole italiane? Si fa vedere un film o due o, se proprio si vuol fare il cineforum, anche tre. I titoli sono quasi sempre gli stessi. La vita è bella, Il pianista, Schindler’s list. Chi vuol fare l’alternativo suggerisce Train de vie o qualcuno si ricorda di Arrivederci ragazzi. Tutti molto interessanti. Ogni film è interessante…ma, Benigni e Polanski visti e rivisti; Spielberg è troppo lungo e la terna più gettonata è già eliminata. Train de vie è bellissimo ma va somministrato a piccole dosi: la raffinata e amara ironia di Mihaileanu  e di Ovadia nella versione italiana è troppo difficile per i nostri studenti. Malle è commovente ma è fuori target. Monotono per un diciottenne, per il quale non scatta l’identificazione con i più piccoli protagonisti del film.

Ecco, se questi non si faranno vedere si potrebbe anche pensare di non proporre la visione di film interi ma di spezzoni. I ragazzi sono grandi consumatori di video ma anche di film ‘lunghi’. Se si presentano più trailer modello rete si può suscitare interesse senza annoiare e magari poi il film intero se lo vanno a cercare a casa… Sì, ok ma quali film se non i soliti? Tre minuti da Train de vie, senz’altro la scena della sfida musicale, e poi il confronto tra vittima e carnefice visto dalla parte del carnefice in un recente film israeliano. La nuova possibilità per un ex gerarca di rivestire i panni di gioventù in un’insolita trasposizione da Stephen King. L’ultima lettera dal ghetto di una madre a suo figlio tratta dall’immenso Vita e destino messa in scena da una straordinaria attrice francese … Bene, la lezione è fatta.



Immagini: International Monument - Dachau, dello scultore Glid Nandor, 1968

domenica 6 maggio 2012

PIAZZA FONTANA

ROMANZO DI UNA STRAGE
MARCO TULLIO GIORDANA - 2012



 
Continua la serie  “La Storia d’Italia – L’Età contemporanea” , ad uso scolastico. L’insegnante di Lettere, impegnato per antonomasia, propone in consiglio  “la visione di un film dal forte contenuto civile che ha la finalità di far conoscere agli studenti gli aspetti più inquietanti del nostro passato recente”.
Guardando Romanzo di una strage lo studente capisce ben poco del nostro recente passato. D’accordo, l’intento è didascalico, come dichiara la suddivisione del racconto in capitoletti titolati,  ma i fatti e i personaggi che si intrecciano nella ricostruzione del periodo 1969 – 1972 sono troppi e per chi non abbia vissuto quegli anni risulta decisamente arduo seguire la vicenda. Giordana vuole presentare, anche per flash, il maggior numero possibile di ‘nomi’ coinvolti a vario titolo nel fatto narrato e di fatti,  generando approssimazione e confusione. Ma Giordana è un regista di esperienza e capisce che tra tutte queste comparse deve calcare la mano per dare consistenza ad un plot altrimenti monocorde. A tale scopo dipinge tre agiografie. Calabresi, Pinelli e Moro sono dei santi, anzi, dei santini bidimensionali.
Va anche detto che Romanzo di una strage è, oltre che didascalico e agiografico, anche un film a tesi, quella delle due bombe, avanzata nel libro Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie, 2009) di Paolo Cucchiarelli e recentemente archiviata dalla Procura di Milano come inverosimile e confutata da Adriano Sofri nel libriccino 43 anni (ebook scaricabile), il quale definisce la tesi gratuita ed assurda.
Brevi note di contorno
Calabresi e Pinelli non solo sono santi ma sante sono anche le loro mogli.
Valpreda e Ventura sono macchiette da trasmissione comica televisiva.
Romanzo di una strage più che un film si configura infatti come una fiction per Rai uno.
Moro e Saragat conversano citando Goethe.
Calabresi e Pinelli conversano in libreria citando i saggi della NUE Einaudi.
Milano, pieno centro, cinque del pomeriggio tra gli O’bei O’bei e Natale, deserta come alle due di notte di Ferragosto…


venerdì 27 gennaio 2012

IL GIORNO DELLA MEMORIA

PAUL CELAN / OSIP MANDEL'STAM
1963 /1916

Rico Lebrun, Study for Dachau Chamber, 1958



Paul Celan 1963

Dalla raccolta Die Niemandsrose / La rosa di nessuno

Dem Andenken Ossip Mandelstamms
Alla memoria di Osip Mandel’štam



DIE SCHLEUSE / LA CHIUSA

Al di sopra di tutto
questo tuo lutto:
nessun secondo cielo.

………………………………..

Per una bocca,
cui era prezioso,
perdetti –
perdetti un nome
che m’era rimasto:
sorella.

Per i tanti
falsi dei
perdetti una parola che mi cercava:
Kaddisch.

La chiusa
dovetti forzare,
per riportare fuori ed oltre,
per salvare attraverso
il flutto salato la parola:
Jiskor.
traduzione di Giuseppe Bevilacqua, I Meridiani, Mondadori

George Segal, The Holocaust, 1982

Osip Mandel’štam 1916

Эта ночь непоправима / QUESTA NOTTE: IRREPARABILE

Irreparabile è questa notte,
e da voi continua a esser chiaro in cielo.
Gerusalemme, alle tue porte
hai visto levarsi il sole nero.

Il sole giallo ancor più spaventa
(ninna nanna: su, dormi!) Le esequie
di mia madre nel chiaro tempio
celebrano i figli di Giudea.

Esclusi dalla grazia di Cristo,
privi del sacerdozio, intonano
salmodie nel chiaro tempio – il rito
funebre alle spoglie di una donna.

Ed echeggiano sopra mia madre
le voci dei figli d’Israele.
Dentro la culla gli occhi io riapro,
circonfuso dal sole nero.

traduzione di Remo Faccani, Einaudi
Mordecai Ardon, Landscape with Black Sun, 1961

venerdì 18 febbraio 2011

SHLOMO SAND

L’INVENZIONE DEL POPOLO EBRAICO

SHLOMO SAND – 2010



Questo libro importante si chiude con una serie di domande e, come dice l’autore, più che dare risposte e rassicurare il lettore con certezze, le 500 pagine del saggio lasciano con molto amaro in bocca e con una serie di interrogativi irrisolti.


Shlomo Sand è ordinario di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv e da quando il libro è uscito in ebraico nel 2008, si è trovato, senz’altro consapevolmente, visto il tema affrontato, al centro di un acceso dibattito che ha contribuito a farlo restare per mesi ai vertici delle classifiche di vendita. L’invenzione del popolo ebraico è stato poi tradotto in inglese e la sua uscita negli USA ha amplificato il dibattito tanto che il sito a lui dedicato dal New York Times ha conosciuto un tale successo da renderlo per un lungo periodo il forum più postato del quotidiano.


Cosa dice di tanto sconvolgente Sand da far infuriare gli ebrei (particolarmente feroci le critiche mosse dall’Union des Patrons Juifs de France)? Semplicemente raccoglie una serie di tesi sviluppate in oltre un secolo di saggistica prevalentemente sionista e tira le somme. Due più due fa quattro. E la somma in questo caso è:


- non esiste un popolo ebraico;


- l’esilio dopo la distruzione del Tempio nel Primo secolo dopo Cristo non è attestato storicamente ed è verosimile che non sia proprio avvenuto. Nessuna cacciata degli ebrei dalla Terra Promessa, quindi;


- non c’è un continuum storico tra gli ebrei della Bibbia e gli ebrei odierni, come invece è sempre stato sostenuto;


- non c’è traccia sicura di omogeneità biologica tra coloro che si definiscono ebrei nonostante gli sforzi compiuti dai genetisti israeliani per dimostrare il contrario;


- la maggior parte degli ebrei dell’Europa orientale, il grosso degli ebrei oggi nel mondo, trae origine dai cazari, popolazione originaria delle steppe dell’Asia centrale il cui re si convertì all’ebraismo intorno al VII secolo dell’era volgare;


- lo Stato di Israele non è una democrazia ma un’etnocrazia ebraica con tratti distintivi liberali.


A queste tesi non nuove, Sand dà veste unitaria e puntualmente documentata, così da farle detonare, mettendo di suo l’affermazione che la base etnica dello Stato ebraico e tutta l’ideologia identitaria ad esso connessa, giustifica il colonialismo israeliano e il suo segregazionismo nei confronti dei cittadini israeliani che ebrei non sono, ossia circa un quarto della popolazione.
Il saggio è appassionante, si legge come un romanzo e come tutti i libri riusciti stimola e fa riflettere.

sabato 4 dicembre 2010

MARIO MARTONE

NOI CREDEVAMO
MARIO MARTONE - 2010


I centocinquant’anni dall’Unità offrono l’occasione per tornare a riflettere sulle vicende risorgimentali, oscurate per un periodo molto lungo. La cultura del Sessantotto aveva reso infatti improponibile la parola patria e tutto quanto ad essa era associato. Poi, dalla fine degli anni Ottanta, con l’affermazione della Lega, Risorgimento, Unità e Italia, per la prima volta nella storia nazionale non venivano ignorate, come era accaduto da parte della cultura di sinistra, ma venivano addirittura messe in discussione ed apertamente rinnegate, trovando seguito popolare in una parte consistente dell’area più ricca e produttiva del Paese. Con la presidenza Ciampi si ha infine l’offensiva patriottica, proprio in funzione anti leghista, con culto del tricolore e dell’inno di Mameli supportato dagli ex-missini ammessi nelle stanze del potere.

Il dibattito è aperto e Martone ha pensato bene di cogliere l’opportunità che avrebbe portato finanziamenti sicuri. I soldi comunque sono stati spesi bene. Il film dà un efficace contributo, in particolare visivo, al dibattito sull’unificazione nazionale, facendosi portavoce di un punto di vista ‘meridionalista’.
C’è il Sud in Noi credevamo, anche se il film è tratto da un libro della toscana Anna Banti.
Quattro capitoli tra Cilento, Parigi, Londra, Torino, l’Aspromonte, ma la luce del Mezzogiorno non è molto presente, in compenso non manca uno scheletro non finito in cemento armato che disintegra la logica temporale con funzione di fin troppo facile emblema. Quella struttura incompleta e abbandonata allegorizza appunto centocinquanta anni di storia e di speranze tradite.
Altre intrusioni contemporanee, come le rampe in metallo quasi hi-tech che conducono al patibolo. Gli strumenti di morte erano e sono tecnicamente perfetti. Teste mozzate, teste impalate, corpi decapitati dati in pasto agli spettatori, monito e spettacolo per la plebaglia.
Il film, troppo lungo, ha un’impostazione teatrale e anche gli spazi aperti sono in realtà luoghi scenici chiusi, delimitati da quinte, come i suggestivi bivacchi garibaldini attorno al fuoco, il battesimo sul sagrato, le esecuzioni nei cortili o l’inquadratura impressionistica dei parigini lungo la Senna. L’estetica teatrale tocca il suo acme nel secondo capitolo, quasi interamente ambientato nelle oppressive prigioni borboniche a lume di candela.
Il messaggio di Martone culturalmente e politicamente parlando non si discosta molto da quanto affermato, più di cinquanta anni fa, da un altro uomo del Sud, Tomasi di Lampedusa. Più interessante l’esito figurativo, con la prevalenza di toni scuri, i neri e i bruni su fondi grigi ed ocra à la Géricault. Particolarmente riuscita la scena del canto garibaldino con i rossi in chiaro-scuro accentuato che rimandano a Goya.
Infine gli attori. I principali personaggi storici, Mazzini e Crispi, risultano un po’ troppo da tv fiction e neanche sua maestà Servillo riesce a sollevare dall’anonimato il suo Mazzini, che invece dovrebbe essere il polo attorno al quale ruotano tutte le vicende, il vero e solo gigante politico ed ideologico che ispira le esistenze dei tre patrioti dei quali Martone segue le gesta. Sono infatti del tutto inesistenti nel film le altre figure storiche quali Garibaldi, Cavour o il Re sabaudo. Meglio gli altri personaggi, in particolare Domenico-Lo Cascio e Andrea-Binasco. Bellissime le bombe per l’attentato a Napoleone III.



Théodore Géricault, Teste di ghigliottinati.  XIX secolo

venerdì 19 novembre 2010

ALDO MORO / SERGIO FLAMIGNI

CONVERGENZE PARALLELE
SERGIO FLAMIGNI – 1998
 
Autodidatta, partigiano, senatore PCI, Flamigni fa parte delle Commissioni Parlamentari più delicate della I Repubblica. Dal suo osservatorio privilegiato compie un’azione civile e di pubblica utilità mettendo a disposizione le conoscenze acquisite in anni di indagine appassionata. (http://www.archivioflamigni.org/)
In questo Convergenze parallele viene esaminato il Caso Moro con puntigliosità archivistica. Il clima nazionale e internazionale che fa da cornice al sequestro, dagli anni Sessanta alle vicende più recenti del pentitismo brigatista è analizzato attraverso le fonti, puntualmente citate in nota. Dal voluminoso materiale studiato da Flamigni emerge un quadro inquietante e incredibile entro il quale si è andata svolgendo la storia repubblicana italiana. Nello specifico, oltre a Moro, in questa coinvolgente inchiesta, si delineano le figure di Moretti, Cossiga, Pecorelli, le verità dei qual resteranno probabilmente nascoste ancora a lungo.
Il cuore del libro, che è anche la tesi sostenuta dal senatore Flamigni, è ben riassunto in questo brano a pagina 178 dell’edizione Kaos, casa editrice coraggiosa e troppo poco conosciuta:
“Viene colpito Moro per stroncare la politica del compromesso storico e la politica morotea di apertura al PCI, strenuamente avversata dalla amministrazione americana, dalla nomenclatura sovietica, dagli ambienti Nato, dai governi tedesco, francese e israeliano, e in Italia dalla massoneria piduista e dalla destra DC.”
Un’unica critica al libro è che si tratta di una visione, anche se ben argomentata, inevitabilmente di parte. Flamigni assolve il PCI e il ruolo da esso avuto nel supportare la DC nella ‘fermezza’ dimostrandosi più realista del re, quando invece Craxi e altre personalità cattoliche portavano avanti l’ipotesi della trattativa.
Ma il libro è comunque un macigno scagliato contro un’intera classe politica che non ha minimamente pagato delle responsabilità avute tanto che Cossiga ha potuto portare a compimento il suo cursus honorum fino alla carica più alta, quella di Presidente della Repubblica e se ci sono alla fine di questa storia altri vincitori, la P2 è senz’altro tra di essi.

venerdì 1 ottobre 2010

CAMILLO BENSO DI CAVOUR

VITA DI CAVOUR
ROSARIO ROMEO - 1984
Storico siciliano di impostazione crociana, Rosario Romeo (1924-1987) è da considerarsi uno dei massimi studiosi del Risorgimento. Questa Vita di Cavour offre la possibilità di rispolverare, a duecento anni dalla nascita del conte e in piena incombenza delle celebrazioni dell’unità, un periodo rimosso dalla coscienza collettiva, in particolare dagli anni settanta in poi. Campo di valori considerati di destra, il risorgimento è stato addirittura demonizzato con l’ascesa del movimento leghista per tornare in auge negli ultimi anni proprio come risposta agli insulti padani, in un contesto che ha più del bar che della riflessione approfondita. Eppure la cinquantina d’anni che va dal 1815 all’unità è stata ricca di fermenti ideologici e crogiolo di esperienze che avrebbero lasciato a lungo tracce nella storia nazionale per buona parte del secolo successivo.

Romeo ricostruisce quel periodo attraverso la biografia dell’uomo più rappresentativo, rimasto un po’ schiacciato da figure mitizzate quali Garibaldi o Mazzini, ma che può senza dubbio essere considerato l’artefice dello stato italiano. In questo saggio mirabile si entra in profondità nel pensiero del Cavour uomo, si segue passo passo la sua formazione attraverso un uso esemplare delle fonti (lettere, scritti, interventi alle assemblee, dati statistici relativi al patrimonio personale, opinioni di contemporanei). Vengono sottolineati e documentati i percorsi intrapresi dal conte, partendo dal precoce democraticismo passando al liberalismo alla francese fino al pragmatismo anglosassone, sempre avendo come principio l’idea dello stato laico e stimando il progresso tecnico promosso dalla libera iniziativa individuale come la molla per migliorare il benessere collettivo, obiettivo sempre al centro del suo agire.
E così dal privato si passa all’uomo pubblico, al politico, allo statista, quel Camillo che a soli 19 anni, già inserito nella struttura burocratica del regno sabaudo, scriveva alla zia :”capirete che mi è impossibile che io possa stare per molto tempo in una carica che mostra col fatto a quali tristi conseguenze si giunga quando non si pensa ad altro che ad essere graditi od accetti a chi comanda”.
Grazie alla magistrale lucidità di Romeo, alla sua partecipazione distaccata alle vicende narrate, questa Vita di Cavour resta un classico della storiografia italiana, ingiustamente poco frequentato in un dibattito che per troppo tempo ha privilegiato le tesi gramsciane o la militanza clericale.