cinema

Visualizzazione post con etichetta video. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta video. Mostra tutti i post

mercoledì 31 dicembre 2014

BEST MUSIC 2014

PLAYLIST DI FINE ANNO - 2014





Le uscite musicali del 2014 non sono state esaltanti. Dando un’occhiata alle playlists di fine anno delle più importanti testate musicali, album dell’anno è senz’altro Lost In the Dream di The War On Drugs, di cui non sentiremo più parlare. Le seguenti sono invece le mie scelte musicali delle quali non solo non se ne sentirà parlare ma, per la maggior parte di esse, non se ne parla proprio.

Disco dell’anno: The Night Is Young, The 2 Bears

Best Songs:

1. Witness, Brian Eno / Karl Hyde

2. Lampedusa, Toumani & Sidiki Diabaté

3. Drinking from the River, Steven James Adams

4. Can’t Do Without You, Caribou

5.  La fine di uno scarafaggio, il Rondine



Witness, Eno / Hyde

Well Well Well Well Well Well Well Well
Between One-Two Am
I Miss You I Miss You
Again And Again And Again

You Used To Be Magnificent
Luck Pours Out Of You
Streets Go Dark And Dirty
All The Cracks Come Out To Dance And Play Tonight
 
Lost In All And In Their Eyes
Everybody Wants You
Gathering Around Your Sun And Moon
Your Sun And Moon

Did You Ever Dream The End Of The World, Watching Everything You Love Slip Beneath The Fun
Did You Ever Witness

Jungle Tiger Numbers Diamonds Voltage Hello Clouds Fire Summer Night Gloss Niceness Dreaming Bush Silence Cars Dancing Chess Landscape Irons Sun Moon Drums

Did You Ever Lose Your Faith For A Day
Seeing Everything Slip Away

Did You Ever Take A Ride
Or A Ride A Ride A Ride
Along The Road Taken All Your Life
 
Only To Find It Didn't Go To The Place You Thought It Would Arrive

Well Well Well Well Well Well Well Well
Between One-Two Am
I Miss You I Miss You
Again And Again 





lunedì 24 marzo 2014

DYLAN THOMAS / JOHN HELIKER / JOHN CALE


DYLAN THOMAS, NOVEMBRE 1953
JOHN HELIKER, 1909 - 2000
JOHN CALE, LIVE BRUXELLES 1992

John Heliker, Tarquinia, 1947

Do not go gentle into the good night, recita il refrain di una celebre poesia di Dylan Thomas, musicata da John Cale. Parla della morte o meglio, del fine vita. Per Thomas le circostanze dell’entrata nella bella notte sono diventate un mito e non si è certi se siano state gentle or not.

È il 3 novembre del 1953. Dylan è a New York, al Chelsea Hotel e ha da poco compiuto trentanove anni ma non sta bene. Ha problemi di respirazione, beve molto, non riesce a dormire, assume barbiturici. In quei giorni a New York non si respira, una cappa di smog avvolge Manhattan e crea grossi problemi a chi soffre di asma. Dopo essere stato tutto il giorno a letto, la sera esce e inizia un tour alcolico in vari bar. Rientra al Chelsea dichiarando ad Elizabeth Reitell, con cui divideva la camera, di essersi scolato 18 whiskies di fila:  “I’ve had eighteen straight whiskies. I think it’s a record. I love you”.

Il 4 novembre Thomas sta male ma continua a bere. Riceve almeno tre volte in camera il dottor Milton Feltenstein che gli somministra steroidi e morfina. Dopo la mezzanotte Dylan è semiparalizzato. Elizabeth Reitell chiama l’ amico John Heliker , buon pittore, e insieme lo portano con un’ambulanza al St. Vincent’s Hospital. È in questi minuti che Dylan avrebbe pronunciato a Heliker le sue ultime parole prima di entrare in coma: “After thirty-nine years, this is all I’ve done”.

Viene avvisata la moglie Caitlin che prenderà un volo per New York. In ospedale pare che le prime parole da lei dette siano state “Non è ancora crepato quello stronzo?”, poi ubriaca e incontrollabile verrà portata in una clinica di Long Island per un rehab.


Dylan Thomas muore il 9 novembre.


Corinth, 1957

The Howard House, 1965

West Dover

Autoritratto, 1970



martedì 5 marzo 2013

RHYE

WOMAN
RHYE - 2013


Da lasciare di stucco. Un duo, il canadese Mike Milosh e il danese Robin Hannibal. Un paio di video bellissimi e un album appena uscito, strepitoso…

Sono estasiato
 

lunedì 4 febbraio 2013

RADIOHEAD - parte 1

KID A - 2000
ANALISI DEL TESTO

dal NewYorkTimes di qualche anno fa...


Kid A è uno degli album più importanti – e più belli – usciti negli ultimi decenni. Si tratta di una composizione di quasi 50 minuti che va ascoltata dall’inizio alla fine, come si fa per la musica classica. L’album è un insieme di canzoni ma l’intenzione del gruppo è quella di proporre un blocco musicale unitario, scomposto in dieci episodi, alcuni dei quali sfumano uno nell’altro in un continuum sonoro.

Opera fondamentale nel panorama della musica contemporanea, per provare a comprenderla bisognerebbe ricostruirne la genesi e inserirla nel contesto storico in cui è stata realizzata. Nel 1997 era uscito OK Computer che aveva definitivamente creato il fenomeno Radiohead. Successo planetario, grandissima attenzione e pressione sul gruppo, che dalla tranquilla Oxford viene catapultato “nell’intronata routine del cantar leggero”: promozione, interviste, tour.

Per Thom Yorke inizia un periodo di forte tensione nervosa che lo porta ad un vero e proprio blocco non solo creativo ma anche comunicativo. Dichiarerà in seguito che oltre alla conflittualità nelle relazioni con le persone più vicine (compresi la compagna e gli altri componenti del gruppo) e alla crisi artistica, in certi periodi non era addirittura in grado di articolare le parole.

Kid A riflette questo malessere ma anche ciò che avveniva intorno al gruppo, a livello di eventi storici. Nel 1999, anno in cui i Radiohead cominciano a lavorare al nuovo album, due eventi internazionali sono al centro dell’attenzione entrambi seguiti da Yorke e compagni con partecipato interesse: quello che sarà l’ultimo atto delle guerre nella ex-Jugoslavia con il bombardamento della Serbia da parte della Nato; la nascita dei primi movimenti no-global che culmineranno nelle manifestazioni contro il WTO a Seattle. Guerra, ambientalismo e cambiamenti climatici, approccio critico verso il capitalismo e il consumismo, delusione e sfiducia nei confronti della politica di Tony Blair sono tematiche che in vari modi permeano gli stati d’animo della band e di Thom Yorke, l’autore dei testi dell’album.

Il malessere individuale e cosmico è proprio nelle liriche che trova la sua più evidente espressione e come per l’ascolto anche per i testi vale l’approccio ‘complessivo’: possono essere letti come un unico componimento poetico suddiviso nelle nove sezioni corrispondenti ai brani cantati.

L’analisi del ‘macro testo Kid A’ sarà sviluppata nel prossimo post.
 
 
Screaming Bears, uno degli Antivideo di Kid A
 

domenica 16 dicembre 2012

KREMER, ARGELICH, VIRGIN PRUNES...

CORRISPONDENZE
PETROLIO E VIOLINI

                        Al mercato, nel Caucaso

                               Petrolio sul Caspio
 

                               Petrolio sul Caspio
 
                               Al mercato, nel Caucaso. Foto di Alexandra Kremer


Il libro fotografico Soul of Fuel di Alexandra Kremer-Khomassouridze innesca una serie di reazioni che illuminano angoli emozionali nascosti. Rimandi a cascata, cluster bombs tra espressività e memoria…. La fotografa ‘sovietica’ stabilitasi a Parigi nell’ ’89 ritrae il suo Caucaso e si avventura in una Caucasian Wolk che accende i Virgin Prunes. Ma Alexandra è anche moglie del ‘sovietico’ Gidon Kremer, nato a Riga ed esule dagli anni Settanta e i collegamenti si fanno tumultuosi. Uno dei più grandi violinisti viventi porta ad un altro esule baltico, il compositore Arvo Pärt, con il quale Gidon spesso si è incrociato, eseguendo sue composizioni. Ma Kremer è anche l’affiatato partner di Martha Argelich. Meravigliose le loro esecuzioni di Astor Piazzolla. Ma Piazzolla riporta ad una bella serata di quest’estate…

                                 Caucasian Walk, un carnevale di Venezia di molte vite fa

                                         Piazzolla. Argelich - Kremer

martedì 2 ottobre 2012

THE WATERBOYS / W.B. YEATS

AN APPOINTMENT WITH MR. YEATS
THE WATERBOYS - 2011





Progetto che il leader dei Waterboys Mike Scott coltiva da almeno un ventennio, quello di mettere in musica liriche del ‘bardo’ irlandese William Butler Yeats e che si concretizza nel tour del 2010 che diventa CD nel settembre dell’anno successivo. Poesie in musica, impresa non facile. Penso a Leo Ferré che canta Baudelaire, scegliendo di dare enfasi al testo e sottolineando con un pianoforte espressivo ma non invadente. John Cale ha musicato variepoesie di Dylan Thomas per le quali l’accompagnamento musicale è al contrario molto ricercato, in certe versioni anche orchestrale. Nell’album An appointment with Mr. Yeats Mick Scott compone un disco di tradizionale musica folk-rock con una strumentazione di base tipicamente rock: chitarra basso batteria tastiere a cui si aggiungono, a seconda dei brani, altri strumenti come flauto, violino, oboe utilizzati per colorire e caratterizzare i singoli componimenti. Il risultato è un suono enfatico, carico, decisamente old style. A questa base musicale molto seventy si aggiunge la parte vocale che deve veicolare i testi del poeta. La voce principale è quella di Mike, molto impetuosa, della quale colpisce la sottolineatura delle singole parole, a cui si deve la facile comprensione dei testi. Altre due voci, più controllate, fanno da contrappunto all’anche troppo espressivo Scott. Molto adeguata e di schietto sapore Irish quella femminile.

Ad ascoltare un disco come questo non si può certo sobbalzare per sorpresa e sperimentazione anzi, i pregi sono proprio nella sua prevedibilità. Nel senso che l’ascolto è sì prevedibile, ma è anche rassicurante. Si anticipano le mosse, ma in tal caso ci si può concentrare sui testi, e le ballate rock molto tradizionali veicolano benissimo le poesie di Yeats. E non è detto che scegliere un impianto musicale che mescola Pink Floyd, Dylan e i Led Zeppelin, con una spruzzata di PFM sia, nel 2011,  poi così scontato. Fatto sta che alcuni pezzi risultano gradevolissimi, pur se scontati. Due su tutti.

Sweet dancer: Introduzione strumentale con violino accattivante / 1° verso voce maschile / coro voce maschile e femminile con ripresa delle note iniziali di violino / 2° verso / coro / ponte cantato dalla voce femminile / coro / ripresa 1° verso / coro / coda strumentale  (Intro  ABABCBAB Coda). Il coro, breve orecchiabile e ripetuto si imprime subito in testa, così come la semplice linea del violino a cui rispondono i tocchi del piano. Esecuzione che avvolge alla perfezione la poesia che celebra la virtù della danza e il piacere di guardare una ballerina che volteggia, estasiata sull’erba.

The girl goes dancing there
On the leaf-sown, new-mown, smooth
Grass plot of the garden;
Escaped from bitter youth,
Escaped out of her crowd,
Or out of her black cloud.
Ah, dancer, ah, sweet dancer!

If strange men come from the house
To lead her away, do not say
That she is happy being crazy;
Lead them gently astray;
Let her finish her dance,
Let her finish her dance.
Ah, dancer, ah, sweet dancer!

 
September 1913. Oltre sette minuti per una tipica ballata che ripete  le stanze che finiscono con un distico avente funzione di coro, ripetuto nel lungo finale. La poesia di Yeats è molto bella. Esempio di lirica civile rivolta al popolo, inizia con immagini di ordinaria vita borghese tutta intenta alle piccole attività commerciali (ungere il cassetto della cassa, aggiungere un mezzo penny al penny) per poi sferzare gli ascoltatori sulla attuale condizione dell’Irlanda che non lotta più come al tempo degli eroi nazionali morti per la patria, Romantic Ireland's dead and gone / It's with O'Leary in the grave.

mercoledì 30 maggio 2012

THOMAS L. FRIEDMAN / PAUL SIMON / JOE STRUMMER

GRACELAND / UNDER AFRICAN SKIES
1986 - 2012





Thomas Friedman è top columnist del New York Times. Di lui lessi qualche anno fa il bel saggio The World Is Flat. A Brief History of the Twenty-First Century. Vincitore del premio Pulitzer, nei suoi editoriali,  molto seguiti e considerati, si occupa di geopolitica e di economia globale, quindi mi ha stupito leggere il suo ultimo intervento in apertura del NYT del 29 maggio. Non si parla di Siria o dell’attacco di Israele all’Iran, né del rallentamento dell’economia indiana o del rischio default della Spagna. No, T. L. Friedman parla di un evento secondo lui storico: l’uscita del film ‘Under African Skies’ di Joe Berlinger che celebra i venticinque anni dalla realizzazione di Graceland di Paul Simon.

Friedman racconta la storia di quello che considera un capolavoro, e lo fa partendo dal bassista Bakithi Kumalo e da come si ritrovò coinvolto nel progetto Graceland. Secondo l’editorialista americano quel progetto ha anticipato la globalizzazione facendo entrare il continente africano sullo scenario culturale mondiale. Non solo ma grazie anche a Paul Simon, la situazione di ‘segragazione’ della Repubblica Sudafricana si è fatta più evidente portando alla ribalta internazionale la lotta di un popolo per la libertà.

Tutto questo mi ha colpito molto. Le cose che dice Friedman sono proprio quelle a cui stavo pensando in questi giorni, mentre sto ascoltando il bel disco di Vusi Mahlasela, disco che mi ha fatto venire voglia di Graceland, e di riesumare il vinile del 1986 e il cd del 2004 con tre bonus tracks. Tutti gli 11 brani sono di altissimo livello, nessuna sbavatura. Disco perfetto. Nella mia top ten degli album di sempre.

Graceland è particolarmente legato anche ad alcune mie vicende personali. È il disco che ha definitivamente chiuso la stagione della new wave sia musicalmente che come stile di vita. Riascoltarlo rimanda ad un viaggio in Francia, a persone ormai lontanissime ma alle quali si pensa con piacere e con un filo di nostalgia.

Non resta che aspettare di vedere il film e intanto segnalare, come fa wikipedia, ciò che dichiarò Joe Strummer  nel 1988 in un’intervista sul Los Angeles Times:

  “I don't like the idea that people who aren't adolescents make records. Adolescents make the best records. Except for Paul Simon. Except for Graceland. He's hit a new plateau there, but he's writing to his own age group. Graceland is something new. That song to his son is just as good as ‘Blue Suede Shoes’: ‘Before you were born dude when life was great.’ That's just as good as ‘Blue Suede Shoes’, and that is a new dimension.”



mercoledì 7 dicembre 2011

MUSICA: MY BEST OF 2011


UN ANNO DI ASCOLTI




Buon anno, questo 2011. Almeno dal punto di vista musicale. Decisamente migliore del 2010. Diversi i dischi interessanti ascoltati e soprattutto incoraggiante il fatto che si tratta in molti casi di debutti o seconde uscite.

Tra gli inossidabili due nomi su tutti: i Radiohead e Keith Jarrett. Chiaro, si va sul sicuro, però non è sempre detto. Per esempio The King of Limbs non è un capolavoro ma almeno un paio di pezzi sono notevoli e quindi è senz’altro da citare, indipendentemente dal brand che ormai rappresenta il gruppo di Oxford. Per Jarrett il discorso è diverso. Con l’album Rio il pianista torna ai massimi livelli, tanto che egli stesso è stato travolto da un insolito entusiasmo alla fine dell’esecuzione delle 15 improvvisazioni che costituiscono il disco. Rio è forse il vero evento dell’anno.

E veniamo alle ‘novità’. Tra gli esordi si segnala James Blake, talentuoso giovincello che, si spera, regalerà ulteriori sorprese. Dal Mali, clamoroso scrigno di gioielli musicali, arriva il debutto di Fatoumata Diawara, una Sade meno patinata e più sanguigna. Restando nell’ambito della World Music, freschissimo il secondo album del chitarrista Aurelio Martinez, crossover tra Africa e Caribe. Opera seconda anche per Justin Vernon. Il suo Bon Iver è forse il miglior disco dell’anno. Da segnalare, en passant, i divertimenti ‘electro-hip-pop’ di AraabMUZIK e il piacevole neoreggae  di Natty, già apprezzato compagno di viaggio di Nitin Sawhney, di cui si ricorda il convincente Last Days of Meaning.

Panorama italiano: poco o nulla. Giusto tre segnalazioni. La canzone sanremese Yanez di Van de Sfroos, la compilation orchestrale Magnifique di un sorprendente Peppino di Capri e il vero cult dell’anno, la band bolognese Lo Stato Sociale. Imperdibile il loro secondo EP Amore ai tempi dell’Ikea.
Justin Vernon




Per chiudere, un video che, per un geografo come me, non poteva passare inosservato

martedì 6 settembre 2011

ITINERARIO MUSICALE

DALLE ALPI AL MALI
SEI GRADI - RADIOTRE

Lo scorso venerdì, due settembre, la trasmissione Sei gradi di RadioTre ha mandato in onda, con qualche variante, la scaletta che avevo inviato il 18 maggio scorso, in occasione del centenario della morte di Gustav Mahler. Ripropongo la scaletta inviata.

Mahler secondo Gordon Shaw

Cogliendo l’occasione delle celebrazioni mahleriane, il percorso musicale parte  dal cuore della Mitteleuropa e, attraverso diverse tipologie di legami finisce tra le sabbie del Sahara



Gustav Mahler, Lieder aus Des Knaben Wunderhorn
Wer hat dies Liedlein erdacht?    2’08”
Oh, soprano
Simmons, piano

     Link: Uri Caine ha inciso, tra l’altro, Mahler in Toblach

Paolo Fresu - Uri Caine,  Cheney’s Dick   4’38”

     Link: Nelle Variazioni Goldberg di Caine canta anche Vinicius Cantuaria


Vinicius Cantuaria,  Corre Campo  3’10”

     Link: Cantuaria ha lavorato con Arto Lindsay, nel giro della Luaka Bop di David Byrne

Arto Lindsay,  Over/Run  4’32”

     Link: Lindsay partecipa alla colonna sonora del film Somewhere in the City con, tra gli altri, John Cale. I due sono assieme anche nel progetto Caged/Uncaged, omaggio di vari artisti a John Cage

 John Cale, Andalusia  3’45”
 
       Link: La Spagna e l’Andalusia tornano nella canzone dei Clash

The Clash, Spanish bombs  3’23”

    
     Link:  Legame professionale e di amicizia tra Demon Albarn, Mike Jones e Paul Simonon (The Good, the Bad & the Queen). I due ex-Clash sono guests in Plastic beach.

Blur, Out of time  3’50”
       
       Link: Nel 2000 Albarn compie un viaggio in Mali per la ong Oxfam ed entra in contatto con musicisti del paese africano, tra i quali il grande virtuoso della kora Toumani Diabaté


Toumani Diabaté, un brano qualsiasi dal sublime The Mandé Variations




Questo post è dedicato a Felice Liperi

mercoledì 22 giugno 2011

CHRISTOPHER ISHERWOOD - parte 2

LA VIOLETTA DEL PRATER / LITTLE FRIEND
ISHERWOOD / VIERTEL - 1934


 
Christopher Isherwood where have you been?
I’ve been to London to write for the screen
Christopher Isherwood, what did you there?
I squeaked like a mouse, and brought forth a bear


La fatica (bear) che lo stava impegnando era La Violetta del Prater, un vero e proprio divertimento serio sul cinema, raccontato in prima persona da un narratore che si chiama Christopher Isherwood, il quale fa lo sceneggiatore di un film che si intitola La Violetta del Prater (il film effettivamente realizzato è Little friend, del 1934), sotto l’aura affascinante e lunatica di un regista ebreo viennese, Friedrich Bergmann (in realtà Berthold Viertel).
La fatica che Isherwood, squittendo come un topo, stava portando avanti si rivelerà un’esperienza fondamentale:

“I giorni che seguirono furono il periodo più incredibile della mia vita. Finii col perdere il senso dello spazio e del tempo, ed ero sempre stanco. Tutti erano stanchi, e tuttavia lavoravamo con una gioia più profonda”. Il trentenne Christopher trova una guida nel maturo regista che alla fine riconoscerà come un padre: “a livello più profondo della coscienza, due esseri, anonimi, senza etichette, si erano incontrati, identificati, e si erano stretta la mano. Egli era mio padre. Io ero suo figlio”.

Il romanzo narra dunque questo rapporto padre-figlio, una sorta di Dante e Virgilio che si aggirano nelle bolge del cinema e naturalmente, al centro della vicenda c’è il cinema stesso con tutti i figuranti, maggiori e minori, produttori e segretarie, i quali, ognuno con il proprio apporto, concorreranno al compimento dell’opera collettiva che è il film.

Ogni figura esercita una funzione all’interno del processo di realizzazione della Violetta del Prater ma il romanzo coglie con sintetica lucidità aspetti intimi di tali ‘figure’ dando carattere ad tutti gli attori in campo, grazie alla naturalezza dei dialoghi i quali, nella maniera più spontanea, toccano argomenti davvero significativi. Tra tutti occupa un posto centrale la riflessione sul cinema.

“Per anni ho avuto una sola grande ambizione. Mi danno del pazzo ma non me ne importa. La Tosca. Con la Garbo. Senza musica, naturalmente”, dice Mr. Chatsworth, il produttore, e basta questa dichiarazione a sott’intendere uno stile e una visione del mondo. In quella frase c’è snobismo, gusto del paradosso, chiacchiericcio colto, consapevolezza del ruolo esercitato e un grande amore per il proprio lavoro.

Ma è nel rapporto tra regista (Virgilio, padre, Bergmann/Viertel) e sceneggiatore (Dante, figlio, Isherwood, narratore) che la passione per il cinema si esprime con la massima profondità

“Le insegnerò ogni cosa dal principio. Sa che cos’è un film?”. Bergmann fece coppa delle mani, amorosamente, come intorno a un fiore prezioso: “Un film è una macchina infernale; una volta accesa gira con una dinamica irresistibile […] matura verso la sua inevitabile esplosione. E questa esplosione noi dobbiamo prepararla, come anarchici, con la massima ingegnosità e malizia”.

Il narratore si ritroverà a 'recitare' questa tesi del regista mentre fa colazione con la madre e il fratello, geniale riduzione di contesto per uno degli aspetti nodali dell’estetica cinematografica:

 “Un quadro lo si può guardare solo fuggevolmente, o si può fissarne l’angolo in alto a sinistra per una mezz’ora di seguito. La stessa cosa vale per un libro; l’autore non può impedirvi di saltare delle pagine. Ma quando si va al cinematografo è diverso. C’è il film, e lo si deve vedere come il regista vuole che lo si veda. […] Il film è veramente una specie di macchina infernale…”. M’interruppi bruscamente, le mani per aria. M’ero sorpreso nel mezzo d’uno dei gesti più caratteristici di Bergmann.

E qui teoria, levità, gusto e maestria narrativa toccano un culmine.

Altra definizione di cinema viene dichiarata da Lawrence, il montatore, allo scrittore Isherwood:

“Voi scrittori avete tutti delle pose schifosamente romantiche. Tu credi che il cinematografo sia un’arte inferiore. È il cinema che vale molto più di te. Abbiamo bisogno di tecnici. Grazie a Dio io sono un montatore, conosco il mio mestiere. Io non tratto la pellicola come se fosse un pezzo del mio intestino. Bè, lascia che ti dica una cosa. Un film non è un dramma, non è letteratura; un film è matematica pura”.

E si potrebbero citare altri passaggi altrettanto significativi.

La Violetta del Prater, poco più di un centinaio di pagine, è un libro da leggere, sono molte le sorprese che riserva specie a chi ama cinema e letteratura.

Isherwood & Viertel

post dedicato ai moviebloggers napoleone e robydick

domenica 10 aprile 2011

IMITATION OF LIFE / R.E.M.

IMITATION OF LIFE
R.E.M. / GARTH JENNINGS - 2001



Primo singolo dall’album Reveal del 2001, Imitation of life riprende il titolo del film di Douglas Sirk del 1959. Si tratta una buona canzone in tipico stile R.E.M., band decisamente sopravvaluta, forse per la connotazione intellettualistica che i tre membri sono riusciti ad imporre. Si tratta senz’altro di menti sveglie e vivaci, ben rappresentati iconicamente da Michael Stipe così fisicamente in linea con i ‘turbamenti del giovane Törless’. Gruppo di seconda fascia, con Imitation of life però i R.E.M. segnano un bel colpo a loro vantaggio, o meglio, il colpo lo segnano i registi Garth Jennings e Nick Goldsmith, i guru della Hammer & Tongs, una delle più accreditate case di produzione di video musicali (Blur, Radiohead, Fatboy Slim, tra gli altri). Perché il video è veramente notevole.



Si tratta di un piano sequenza di 20 secondi, un pezzettino di vita vissuta con una folla di personaggi e di instant stories che si svolgono contemporaneamente nell’arco appunto di 20 secondi. Il piano sequenza è la tecnica cinematografica che costituisce la mimesis per eccellenza della realtà ma il regista, partendo da questa imitazione di vita, interviene su di essa attraverso una manipolazione che perviene ad una dilatazione spaziale e temporale.


Con l’uso del “pan-scan” i 20 secondi si allungano ai quasi quattro minuti della canzone. Anche il circoscritto spazio della location, un giardino dove si svolge un pool-party di compleanno, acquista profondità di campo grazie a zoomate, specchi, schermi che permettono di cogliere tutte le microstorie che accadono contemporaneamente. Ecco allora che l’imitazione della vita diventa una vita elevata alla n e il realismo del piano sequenza diventa un iperrealismo manipolatorio. L’uso della ripetizione continua, del forward and rewind, del consentire allo spettatore di penetrare dentro l’immagine e scoprire ciò che all’apparenza restava celato rimanda, anche per ammissione degli stessi registi, ai capolavori cinematografici del disvelamento: La finestra sul cortile, Blow up, La conversazione a cui si uniscono certe tendenze colte del cinema degli ultimi anni, ahimè di livello ben più basso (Dogma 95, Nolan, Gondry, Aronofsky). Ma soprattutto due sono i riferimenti che più si accostano a questo Imitation of life. La sequenza di Blade runner in cui Deckard ‘entra’ nelle foto a scoprire l’identità dei replicanti e la video arte di Zbigniew Rybczynski, in particolare il suo pluripremiato Tango del 1982.


Zbigniew Rybczynski, Tango, 1982


domenica 13 febbraio 2011

ATLAS SHRUGGED

ANTEPRIMA TRAILER
ATLAS SHRUGGED - THE MOVIE - 2011



La trasposizione del cult novel di Ayn Rand è una realtà, a dicembre è stato presentato all’Hudson Theatre di Times Square a New York, il preview di 6 minuti. Presenti i produttori del film e i vertici della Atlas Society, il centro culturale che promuove le dottrine oggettiviste. 100 dollari il biglietto semplice, 500 per il ricevimento post-presentazione. Gran folla, con molti rappresentanti dei Tea Parties fuori del teatro con i soliti cartelli con scritto I’m John Galt.
Questa la cronaca. Alcune considerazioni, tra il dubbio e la perplessità.
Il film è la parte 1 di una trilogia. Ok, il romanzo è lungo ed è diviso in tre parti, però la diluizione triennale suona un po’ scoraggiante. I produttori hanno stretto i cordoni della borsa, scendendo a 15 milioni di dollari di budget. Il regista è praticamente alle prime armi come filmmaker e anche il cast è deludente. La inizialmente prevista Jolie avrebbe fatto lievitare i costi.
Detto questo, l’operazione sarà, almeno negli USA, un grosso successo commerciale, visto il seguito che il romanzo continua ad avere dal 1957. Milioni di fans, oggi rinsaldati dai recenti successi politici nelle elezioni di Mid-term dello scorso novembre garantiranno incassi sicuri, ben superiori ai modesti investimenti. Senza contare che attualmente la serie TV di maggior successo negli States è Med Men, e nello studio del protagonista campeggia, spesso inquadrato e anche oggetto di ripetute battute, proprio il romanzone della Rand.
E, per dirla tutta, il trailer è poco avvincente, ma questo vorrebbe dire poco. In rete invece se ne parla benissimo. I fortunati che hanno sborsato i bigliettoni assicurano che i sei minuti di aperitivo sono eccellenti. C’è chi parla delle migliori scene ‘ferroviarie’ mai viste da anni: “there haven’t been shots of railroads in American movies like this in a long time”, per citare una dichiarazione. Altri fanno riferimento ad Harry Potter. Bah, tutto questo non fa che aumentare i dubbi.

lunedì 13 dicembre 2010

BONUS TRACKS

CRONOLOGIA provvisoria DELLA CANZONE FATALE




Like a rolling stone – Bob Dylan , 1965
A Day in the Life – The Beatles, 1967
Suzanne – Leonard Cohen, 1967
A Whiter Shade of Pale – Procol Harum , 1967
You Can't Always Get What You Want – The Rolling Stones, 1968
What's Going On – Marvin Gaye, 1971
Walk on the Wild Side – Lou Reed, 1972
Ship of fools – John Cale, 1974/1992
You're a Big Girl Now – Bob Dylan, 1975
Stay Free – The Clash – 1978
Train in Vain – The Clash, 1979
Redemption Song – Bob Marley – 1980
Hey Nineteen – Steely Dan, 1980
Hey, Little Rich Girl – The Specials/Amy Winehouse, 1980, 2007
Ceremony – Joy Division/New Order/Radiohead, 1980, 1981, 2007
Let X=X/It Tango – Laurie Anderson, 1982
Town called malice – The Jam, 1982
Shipbuilding – Elvis Costello, 1983
The boy in the bubble – Paul Simon, 1986
Back in Time – Graham Parker, 1988
Smells Like Teen Spirit – Nirvana, 1991
Fake Plastic Trees – Radiohead 1995
Albion – The Libertines, 2003
Out of Time – Blur, 2003

martedì 2 novembre 2010

VIDEO / NEUROSONICS AUDIOMEDICAL LABS INC.

NEUROSONICS AUDIOMEDICAL LABS INC.
 

lunedì 14 giugno 2010