cinema

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mercoledì 24 giugno 2015

ET IN ARCADIA EGO

GUERCINO / NICOLAS POUSSIN

Guercino, I pastori d'Arcadia Barberini

Va attribuita al Guercino la paternità del motto Et In Arcadia Ego, iscritto sulla base di un monumento funebre rivolto allo sguardo dell’osservatore nella tela I pastori d’Arcadia, dipinta tra il 1618 e il 1622. Quadro che colpì molto Nicolas Poussin, tanto che qualche anno dopo si cimentò anch’egli nello stesso soggetto e riportò l’identica iscrizione. Nel 1638 il pittore francese dipinse un’altra versione dei Pastori d’Arcadia, con la solita scritta. Da allora la sentenza latina e i tre quadri sono diventati oggetto di un vero e proprio culto esegetico, nel quale si sono sbizzarriti interpreti che hanno dato origine a percorsi di lettura che annodano tutti i luoghi comuni dell’iconografia esoterica. Evidentemente il semplice memento mori associato ad uno dei topoi per eccellenza della cultura secentesca, quello dell’ambientazione arcadico-pastorale, era troppo semplice per giustificare le tre tele che, invece, nasconderebbero verità inenarrabili. O meglio, narrabili solo per gli iniziati capaci di intendere. Fatto sta che a seguito dell’interpretazione dei Pastori d’Arcadia, gruppi di illuminati hanno cominciato a scavare nelle campagne di Rennes-le-chateau alla ricerca del corpo di Gesù Cristo…

Poussin, I pastori d'Arcadia Chatsworth House

Poussin, I pastori d'Arcadia Louvre




martedì 19 maggio 2015

TORQUATO TASSO

LA GERUSALEMME LIBERATA






Rileggendo la Gerusalemme Liberata sono rimasto colpito dall’atmosfera cruenta e sanguinaria del canto nono. Alcuni passaggi anticipano eccessi che diverranno comuni nella produzione letteraria dal Settecento in poi, fino alle recenti trasgressioni trash e gore, che per certi critici costituiscono la cifra più significativa della letteratura contemporanea.

Il canto si apre con la presenza di un infido mostro infernale che istiga 
l’eroe Solimano ad assalire, nottetempo, l’esercito cristiano addormentato. Ecco come Tasso descrive il momento che precede la battaglia:

Ma già distendon l’ombre orrido velo
che di rossi vapor si sparge e tigne;
la terra in vece del notturno gelo
bagnan rugiade tepide e sanguigne;
s’empie di mostri e di prodigi il cielo,
s’odon fremendo errar larve maligne    IX 15

Bello il contrasto tra le tinte cupe, nere di ombre e i tocchi rossi dei vapori e della rugiada, addirittura sanguigna. Inoltre, il cielo notturno si riempie di spaventose creature. Tale scorcio inquietante tanto lungi dal cantare chiaro dell’Ariosto! All’opposizione coloristica si affianca il motivo sonoro prodotto dalle larve maligne che da insinuante si fa fragoroso con l’inizio dell’assalto:

Dan fiato allora a i barbari metalli
gli Arabi, certi omai d’essere sentiti.
Van gridi orrendi al cielo, e de’ cavalli
co ’l suon del calpestio misti i nitriti.
Gli alti monti muggír, muggír le valli,
e risposer gli abissi a i lor muggiti,   IX 21

Ma è con lo svolgersi della campagna che il Tasso si lascia andare ad un crescendo macabro e sanguinario. Molte, infatti, le descrizioni di amputazioni sulle quali il poeta indugia quasi voluttuosamente. Tra queste, il massacro di Latino e dei suoi cinque figli, che vengono infilzati uno ad uno davanti agli occhi del padre. Il primo “tra i cigli parte il capo e tra le gote”, poi “Caggiono entrambi, e l’un su l’altro langue / mescolando i sospiri ultimi e ’l sangue.” Ancora, ad un altro figlio, Solimano “gli urta il cavallo addosso e ’l coglie in guisa / che giù tremante il batte, indi il calpesta.” Restano i due gemelli e “a l’un divide / dal busto il collo, a l’altro il petto incide.”

Infine, il feroce Solimano non può risparmiare il padre:

e ’l ferro ne le viscere gli immerse.
Il misero Latin singhiozza e spira,
e con vomito alterno or gli trabocca
il sangue per la piaga, or per la bocca.  IX  38

Il canto prosegue con altre descrizioni di mutilazioni e traumi. Tra le quali questa, inferta dalla bella Clorinda al cristiano Gerniero, in cui una mano mozzata continua ad agitar le dita come moncon di coda di serpente:

La destra di Gerniero, onde ferita
ella fu già, manda recisa al piano:
tratta anco il ferro, e con tremanti dita
semiviva nel suol guizza la mano.
Coda di serpe è tal, ch’indi partita
cerca d’unirsi al suo principio invano.  IX  69

Clorinda e gli altri guerrieri continuano a fare stragi e decapitano, trapassano, conficcano, il tutto tra sangue che sgorga a fiumi e scintillar di lame, finché “L’aurora intanto il bel purpureo volto / già dimostrava dal sovran balcone” e, sul finire del canto, appare un drappello di cavalieri:

nova nube di polve ecco vicina
che folgori di guerra in grembo tiene,
   ecco d’arme improvise uscirne un lampo
che sbigottí de gli infedeli il campo.
 Son cinquanta guerrier che ’n puro argento
spiegan la trionfal purpurea Croce.  IX  91 – 92

Che divertimento leggere la Liberata!






Immagini: Matteo Stom, Venezia XVII secolo, due Battaglie notturne
Vittore Carpaccio, San Giorgio e il drago, 1502 

domenica 26 aprile 2015

TOMMASO LANDOLFI / OSVALDO LICINI

LA PIETRA LUNARE - 1939
AMALASSUNTE - 1945-1950


“Questo è il cantare uterino di una folle” ebbe a dire Montale del romanzo, ancora inedito, che l’amico Tom gli aveva chiesto di leggere. Effettivamente siamo di fronte ad una follia visionaria, ed anche uterina, costruita con la solita ricercata perfezione linguistica di Landolfi, molto vicina alla prosa leopardiana.

Se per la tematica trattata La pietra lunare turbava Montale, figuriamoci l’accoglienza ricevuta presso la comunità letteraria di quei tardi anni Trenta. Landolfi si spinge ben oltre il limite dell’oscenità consentito e la forza del romanzo è ancora oggi stupefacente quanto poco riconosciuta. (non si capisce perché non vengano proposti nelle scuole superiori brani dell’autore di Pico; un racconto come La moglie di Gogol farebbe innamorare gli studenti…).

Il romanzo ha come protagonista Giovancarlo, “studente ormai del second’anno”, che torna al paese di origine per trascorrervi le vacanze estive. Il suo ingresso a casa dello zio è giocato tutto sul registro di un realismo ironico. Vengono messi in evidenza, come attraverso una lente d’ingrandimento, i parenti seduti attorno al tavolo, le loro espressioni, i comportamenti. Landolfi assegna ad ognuno un tic, un’espressione, un atteggiamento che si reiterano nel corso dell’incontro. Emerge così il vuoto della quotidianità ripetitiva che degenera poi, su maliziosa sollecitazione di Giovancarlo, in una ridda feroce fatta di maldicenze e cattiverie.

Giovancarlo, studente e soprattutto poeta, timido e impacciato, non può che sentirsi estraneo all’ambiente paesano, ma proprio quando la serata volge al termine, ecco l’apparizione di Gurù. Ragazza dagli occhi “accesi di riflessi violacei e profondi” che all’istante ammalia lo studente e d’un subito capovolge la situazione stantia, dominata da un “odore pesante d’avanzi di lavatura di piatti e d’insetti domestici”, per aprire ad un nuovo scenario erotico-fantastico nel quale il naufragar sarà dolce.



Dolci e lunari e inquietanti come Gurù le Amalassunte di Osvaldo Licini, il quale così le descrive: “L’Amalassunta è la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco, perdutamente inabissata tra un seno a l’altro come ogni donna “







martedì 27 gennaio 2015

HOLOCAUST MEMORIAL DAY

GENNAIO, 27
GIORNO DELLA MEMORIA




Cadono nella notte sinistra i tonfi plumbei di quattro stivali Nazisti che passano nella strada sotto a noi. Mostruosa regolarità del passo teutonico. Cosi nella notte astrologica cammina 1 Golem. Di fronte alla meccanicità di questo passo, di fronte al suo automatismo, il passo degli altri popoli, di tutti gli altri popoli, è un passo «fatto a mano». Voi li credete uomini costoro, e sono in verità casse di esplosivo montate su un paio di gambe automatiche, che si muovono per impulso di un maligno e inesorabile congegno.

Siamo in cinque, chini sulla radio, a frugare nel groviglio delle lingue ostiche, che si accavallano nel minimo volume di voce. Passa attraverso la cassetta sonora un nastro di favelle irte di consonanti, come un ramo di spine. D'un tratto all'apparire di una voce francese, si apre una radura in mezzo alla foresta delle lingue. La voce: «Abbiamo notizia che in Francia, in un campo di concentramento, è morto lo scrittore Max Jacob...».


Per gli altri quattro questa notizia non ha senso; non ha senso «individuale». Per me, sì: per me soltanto.  Ed è una notizia tremenda. Una notizia nella quale convergono più notizie: più significati: tutti i significati di questa non solamente guerra, ma « ira di Dio» che i Gòlem hanno scatenato sul mondo. Guerra, e assieme deportazione e sterminio di popoli; guerra e assieme crudeltà e tortura; guerra e assieme strozzamento di quanto è umano quaggiù e ha forma, sentimento, dignità di «uomo»

La notizia che l'uomo più libero del mondo, lo scrittore di mano più leggera, il poeta più pratico di gioco - la notizia che Max Jacob è morto in un campo di concentramento (era di razza ebraica e doveva essere vicino ai settant' anni) mi apre tutta la spaventevole cavità di questa negra bocca che si è spalancata e va ingoiando alla rinfusa il bene e l’onesto, la vita e il ricordo, la realtà e la finzione, la poesia e la prosa, e la stessa facoltà che aveva l'uomo di morire «secondo natura». Anche la morte - nostro estremo rifugio: anche la morte il tedesco l'ha deformata e l'ha uccisa.

ALBERTO SAVINIO, Roma, inverno 1944










Le opere fanno parte del ciclo 'L'arte della guerra' di Bruno Canova (1970 - 1980)

lunedì 8 dicembre 2014

ARDENGO SOFFICI

MUSEO SOFFICI
POGGIO A CAIANO


Trasporto funebre - 1910
Secondo dopoguerra inoltrato,  a settantotto anni Ardengo Soffici sembra ancora impregnato di fascismo. Nell’intervista televisiva del 1957, vista al Museo Soffici di Poggio a Caiano, in doppio petto, i pugni serrati ai fianchi, la mascella ancora volitiva e il cranio calvo: sembra il Duce. Eppure il suo toscano da studio e da osteria affascina.
Nato nel contado fiorentino nel 1879, ventenne se ne va a Parigi e lì per quasi otto anni fa l’artista insieme ad altri artisti (Picasso, Apollinaire, Derain..): la solita Bohème. Torna in Italia e vi porta Cézanne, il post-impressionismo,  il cubismo. I tempi sono buoni per aderire al futurismo.
Intorno al 1912, a casa di Palazzeschi a Firenze, si incontrano Marinetti, Boccioni, Carrà, Papini e Soffici. Sta nascendo Lacerba e Ardengo è un compulsatore di avanguardie. Dipinge, verseggia, teorizza: “razzi, paradossi, immoralismi, libertà…”, per citare Papini. Nel 1915 va alle stampe Simultaneità e chimismi lirici, che contiene versi notevoli:

“Non c’è più tempo
Lo spazio
È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo:
Ogni cosa è presente”  (Arcobaleno);

“Si cammina sulle immondizie,
Sui gatti assassinati
E i capelli,
Accanto alle porte inchiodate dei bordelli” (Firenze)

“On a trop répété cette parole: Je t’aime,
In tutte le lingue;
Queste centinaia di libri in fila
Ripugnano come cadaveri di vecchi amici;
Il solo Stendhal si può leggere ancora
Nella poltrona a fioroni, tra il tè e la macedonia.” (Atelier).

La sua è una posizione di intermediazione tra la rottura futurista di un Marinetti e la tradizione di certi vociani.

Anche in pittura Soffici trae spunti dalle tendenze in voga a Parigi e le propone al provinciale pubblico fiorentino. Non è un genio, come credeva di essere ma ha il tocco felice. Belli sono certi paesaggi in cui il colore è scabro, con la materia pittorica quasi gettata e poi grattata dalla tela o altri, al contrario dove il colore s’infiamma.

Dopo la stagione di Lacerba Soffici farà scelte politiche che lo porteranno ad aderire al Fascismo e scelte artistiche sempre più di retroguardia. Se la produzione lirica è ormai priva di ogni interesse (“squallidi documenti”, secondo Sanguineti), forse si salva quella pittorica, con alcune opere degli anni Venti e Trenta ancora di un certo livello. Ma gli anni fino alla Grande Guerra sono stati, per Soffici, begli anni, che la critica posteriore ha giudicato un po’ troppo severamente.

La potatura - 1907


Tramonto a Poggio a Caiano - 1925

mercoledì 26 novembre 2014

DINO CAMPANA

CANTI ORFICI - 1914





Un secolo fa il tipografo Bruno Ravagli in Marradi dava alle stampe il volumetto di prose e versi Canti orfici del compaesano Dino Campana. L’allucinato poeta della Romagna toscana era reduce da una sfortunata missione a Firenze dove aveva cercato di contattare gli artefici di Lacerba, Papini e Soffici.

A tal proposito c’è la testimonianza di Soffici sul primo incontro con il poeta. I due illustri fiorentini si trovavano presso la tipografia Vallecchi quando si imbatterono in un giovane. “Ci disse che si chiamava Dino Campana, che era poeta e venuto appositamente a piedi da Marradi per presentarci alcuni suoi scritti, averne il nostro parere e sapere se ci fosse piaciuto pubblicarli nella nostra rivista.[..] Campana tirò allora fuori di tasca un vecchio taccuino coperto di carta ruvida e sporca, di quelli dove i sensali e i fattori segnano i conti e gli appunti delle loro compere e vendite, e lo consegnò a Papini". Il racconto di Soffici continua. “Il nostro nuovo amico tremava come una foglia e si soffiava nelle mani, ridendo nervosamente tra una soffiata e l’altra. All’improvviso ci salutò e sparì di passo lesto”.

C’è da notare una certa sufficienza nel racconto del pittore-poeta nei confronti del giovane sconosciuto. Sufficienza che si sarebbe manifestata nello ‘smarrimento’ del vecchio taccuino da sensale che Campana gli aveva lasciato. Fatto sta che qualche mese dopo, il poeta di Marradi chiede a Soffici la restituzione del manoscritto, di cui non aveva altra copia. Soffici risponde di non trovare più il taccuino e molto candidamente dichiara: ”in un trasloco il libriccino era andato confuso nel gran sottosopra. [..] Pensavo del resto che la cosa non fosse di grandissima urgenza”.

Dino Campana scrive per il manoscritto anche a Papini, che a sua volta ha qualcosa da raccontare: “Gli risposi che non avevo nulla di suo. Mi riscrisse, allora, una lettera furibonda nella quale mi annunciava che sarebbe disceso a Firenze ‘con acuminato coltello’ per riavere, con le buone o con le cattive quei suoi preziosi scritti”. Dopo l’infausta vicenda fiorentina del dicembre del 1913, Dino Campana riscrisse a memoria i Canti orfici per farli pubblicare nella sua Marradi nella primavera del 1914. Va ricordato che il taccuino originale rispuntò miracolosamente nel 1971, trovato dalla vedova di Soffici, proprio tra le sue carte…

Ho riletto i Canti orfici parecchi anni dopo una prima lettura giovanile che mi aveva molto impressionato. La delusione è stata cocente. I versi  sono una serie di visioni dove la presenza dell’io lirico è ossessiva e delirante. Vi è il ricorso ad una eccessiva aggettivazione cromatica. Si sprecano i bianco, rosso, blu, viola con i relativi rafforzativi o attenuativi tra i quali spicca per ricorrenza ‘pallido’. Altre frequenti parole-chiave sono ‘sogno’, ‘ricordo’, ‘feroce’, ‘barbaro’. Il tutto condito da un estetismo decadente e simbolista in cui si evidenziano le influenze di Carducci, Pascoli e D’Annunzio, tra gli italiani e di Baudelaire e Nietzsche tra gli stranieri. D’accordo, c’e l’impressionismo del verso libero, c’è la rottura rispetto alle forme chiuse, ci sono i richiami espliciti alle prostitute e alla Bohéme maledetta ma il risultato poetico è piuttosto esile e ripetitivo.

Nonostante l’atteggiamento a dir poco fastidioso di un Papini, il critico aveva letto giusto quando, a proposito dei Canti orfici, asseriva: “Alla fortuna dell’opera di Campana hanno contribuito, anche, ragioni esteriori: il ricordo della sua vita errabonda e misteriosa; il suo finale inabissamento nella follia”.

Di questa rilettura di Campana ho comunque apprezzato alcuni aspetti. Il parentetico sottotitolo in tedesco “Die Tragoedie des letzten Germanen in Italien” con la dedica a Guglielmo II imperatore dei germani. L’epigrafe in chiusura di raccolta con alcuni versi di Walt Whitman. E, in modo particolare, la citazione, dal romanzo del 1902 Gli dei risorti, dello scrittore russo D. S. Merežkovskij. A tal proposito, guarda il caso, in questi stessi giorni sto leggendo un saggio su Pavel Florenskij in cui si fa riferimento allo stesso scrittore citato da Campana, attivo nei circoli simbolisti russi di inizio Novecento.


I virgolettati sono tratti da A. Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria, Vallecchi 1931 e G. Papini, Autoritratti e ritratti, Mondadori, 1962


Ardengo Soffici, I giocatori - 1909



Frutta e liquori - 1915

lunedì 27 ottobre 2014

ROBERTO BOLAÑO

2666
ROBERTO BOLAÑO - 2004
 

Ansky pensa e universi paralleli.
Solo nel disordine siamo concepibili
2666




Il protagonista invisibile, di cui conosciamo il nome, Benno von Arcimboldi, è uno scrittore tedesco. Si mettono sulle sue tracce quattro critici: un’inglese, un italiano, un francese e uno spagnolo. Le strade portano al Messico, come quelle di un sicario che braccava un presunto traditore. Il deserto e la frontiera inghiottono i destini e qualcuno, ripetutamente, affonda un pugnale in un ventre. Bastone contro mani nude, imprecazione contro oscenità. Tonante, corrotta, strafatta, la polizia messicana interviene e arresta un supposto serial killer, un tedesco con radici in riva al Baltico, un bambino che assomiglia a un’alga. Le vicende delle centinaia di pagine è impossibile riassumerle. Vi è un vertiginoso pullulare di dramatis personae ed una vasta peregrinazione che abbraccia tre continenti. Dalle capitali culturali dell’Europa al deserto del Sonora; dalle periferie afroamericane di Detroit elle maquilladoras della Frontiera ; dalla Pomerania alle Alpi Transilvaniche; dall’Ucraina al Mar di Okhotsk.

Già s’intravede l’argomento generale: l’insaziabile ricerca di un’anima attraverso le tracce esigue che ha lasciato nelle altre. A misura che i personaggi intervenuti hanno conosciuto più da presso von Arcimboldi, è maggiore in essi la consapevolezza della verità ma si comprende che non sono altro che semplici specchi. La tecnica matematica è qui applicabile: il labirintico romanzo di Bolaño è una progressione ascendente il cui termine finale è il presentito «uomo che si chiama Benno von Arcimboldi».

L’antecedente immediato di Arcimboldi è un professore di filosofia cileno in esilio; predecessore di questo professore è un ebreo askenazita fucilato dai nazisti in Ucraina; predecessore dell’ebreo è un giornalista che scrive su una rivista afroamericana di New York…


Scrittore enciclopedico di un romanzo enciclopedico, Roberto Bolaño espande Borges e lo congiunge ad Eco. 2666 è una vertigine che si protrae per un migliaio di pagine. 2666 è un gorgo letterario che inghiotte e il naufragare è dolce in questo gorgo.

Gustave Courbet, Le retour de la conférence - 1863 - originale distrutto
Gustave Courbet, L'atelier du peintre - 1855 - Parigi, Museo d'Orsay

mercoledì 20 agosto 2014

IL SOGNO E LA DECAPITAZIONE

INTERSEZIONI 


Jacopo Ligozzi, La scala di Giacobbe - 1593


Una serie di sovrapposizioni e interferenze. Tutto parte da una bella mostra vista a Firenze lo scorso anno, Il Sogno nel Rinascimento. In esposizione opere di alcuni tra i miei artisti più amati quali Dosso Dossi e Lorenzo Lotto, oltre al noto Il sogno del cavaliere di Raffaello della National di Londra.

Seguendo l’affascinante percorso espositivo  quattro  quadri con un soggetto insolito hanno suscitato la mia curiosità. Il soggetto è il sogno di Giacobbe, reso celebre da Raffaello, nel quale appare una scala che sale verso il cielo. I quadri in mostra erano: due disegni di Giovan Francesco Penni e del Cigoli; due oli su tela di Jacopo Ligozzi e ancora del Cigoli. Nelle opere Giacobbe dormiente è in primo piano mentre sullo sfondo appare la scala che sale al cielo. Ma nel quadro del Ligozzi, dalle anomale misure di 145x67 cm, quindi stretto e sviluppato in altezza, è la scala ad occupare quasi tutto il campo. E con essa due angeli in figura intera e le gambe di un terzo angelo in equilibrio sull’ultimo piolo visibile. In lontananza i primi chiarori dell’aurora illuminano la tenebra notturna ma creano al tempo stesso ombre profonde.

I soggetti della scala che unisce terra e cielo e dell’angelo sono presenti anche in molte opere di Anselm Kiefer, sul quale ho recentemente visto un bellissimo documentario di Sophia Fiennes. L’artista tedesco ha cercato di visualizzare le tematiche presenti nella poesia di Paul Celan in composizioni di forte impatto emozionale. Interferenze e sovrapposizioni.

Ma la scala di Giacobbe, Jacob’s Ladder,  è anche il film di Lyne che ho trovato citato in un saggio su Cartesio letto la primavera scorsa. Era quindi doveroso cercare di vedere il film, appena postato negli orti. Ma guarda il caso, la citazione di Meister Eckhart viene inserita e cantata da Thom Yorke, dal grande Yorke, nel brano Rabbits in Your Headlights degli Unkle. Eccellente il video del brano girato da Jonathan Glazer.

E di Jonathan Glazer è uno dei migliori film visti quest’anno, Under the Skin, con protagonista l’aliena Scarlett Johansson. Bella catena di rimandi, che non finiscono qui. Del film Jacob’s Ladder è stato previsto un remake. Si è interessato del progetto il regista James Foley che ha diretto diversi episodi della celebrata serie TV House of Cards.

James Foley, giornalista americano, è stato decapitato oggi 19 agosto, dai terroristi dell’ISIS.


Anselm Kiefer, Seraphim, da Paul Celan - 1983


Jacopo Ligozzi e Adrian Lyne (Jacob's Ladder)

La decapitazione di James Foley da parte dell'ISIS. Ansa.it 



sabato 12 luglio 2014

ROSSO FIORENTINO

PONTORMO E ROSSO FIORENTINO
FIRENZE - PALAZZO STROZZI 2014 


Sposalizio della Vergine, Firenze, San Lorenzo, 1523


Il quadro riproduce una scena affollata. Le molte figure di contorno si affollano serrando i protagonisti in uno spazio ristretto.  Si tratta dello Sposalizio della Vergine, in cui Maria è vestita di lini colorati – oro, lilla, azzurro, verde , ottanio – degni di un campionario di filati e Giuseppe è giovanissimo e atletico con calzari eccessivamente sofisticati. Incombente sui giovani sponsali il sacerdote in sopratunica viola. Altri Sposalizi più famosi lasciavano il campo aperto, il Rosso genera un senso di agorafobia che giustifica il giudizio del sempre ciarliero Vasari:  “Era anco tanto ricco di invenzioni che non gl’avanzava mai niente di campo nelle tavole”. Lo stesso Vasari, mediceo per eccellenza, sempre a proposito del repubblicano Rosso, infila una serie di acide notazioni: “Faceva gli Apostoli carichi molto di panni e troppo di dovizia di essi pieni”; “[A Roma] fece un’opra, della quale non dipinse mai peggio a’ suoi giorni”. Va detto che lo stesso Vasari per un suo Compianto su Cristo deposto dalla croce copierà sfacciatamente proprio il Rosso.

In gioventù si andava a Volterra giusto per il Rosso. Il suo forzare le righe, il voler distinguersi dal formalismo scialbo del maestro Andrea Del Sarto, il voler divergere, anche eccedendo, dalle tendenze allora in voga a Firenze, lo facevano un eroe. E quindi un genio del pennello a prescindere. Si rimaneva estasiati dalle vesti squillanti con i loro spigoli vivi, dalla soldataglia con facce ferine, dai santi scarnificati da sembrar diavoli, da croci e scale.

In odor di Savonarola anche quando il frate era in disgrazia, antimediceo quando il casato aveva ripreso il potere, Rosso che si firmava Rubeus fiorentini non era destinato ad essere profeta in patria. Finirà i suoi giorni – suicida secondo il Vasari – alla corte di Francesco I a dar lezioni di stravaganze raffinate agli artisti cortigiani.

Oggi la bellissima mostra di Palazzo Strozzi ci rende un pittore che è meno geniale rispetto alle nostre infatuazioni giovanili e ai veri geni del suo tempo ma che resta comunque un alternativo e per questo degno di essere apprezzato. Chi subisce un ridimensionamento dalla mostra è il lezioso Pontormo. Belli i colori, belle alcuni visi di madonne ma ci si ferma lì.


La rassegna, oltre a due notevoli tavole di Fra’ Bartolomeo, offre l’opportunità di rivedere la video opera di Bill Viola sulla Visitazione di Carmignano che a suo tempo, 1995, aveva suscitato tanti entusiasmi e che oggi sembra sentire il peso del tempo. Una ventina d’anni che sembran secoli.






Particolari da: Deposizione di Sansepolcro, Madonna in trono degli Uffizi, Deposizione di Volterra

lunedì 24 marzo 2014

DYLAN THOMAS / JOHN HELIKER / JOHN CALE


DYLAN THOMAS, NOVEMBRE 1953
JOHN HELIKER, 1909 - 2000
JOHN CALE, LIVE BRUXELLES 1992

John Heliker, Tarquinia, 1947

Do not go gentle into the good night, recita il refrain di una celebre poesia di Dylan Thomas, musicata da John Cale. Parla della morte o meglio, del fine vita. Per Thomas le circostanze dell’entrata nella bella notte sono diventate un mito e non si è certi se siano state gentle or not.

È il 3 novembre del 1953. Dylan è a New York, al Chelsea Hotel e ha da poco compiuto trentanove anni ma non sta bene. Ha problemi di respirazione, beve molto, non riesce a dormire, assume barbiturici. In quei giorni a New York non si respira, una cappa di smog avvolge Manhattan e crea grossi problemi a chi soffre di asma. Dopo essere stato tutto il giorno a letto, la sera esce e inizia un tour alcolico in vari bar. Rientra al Chelsea dichiarando ad Elizabeth Reitell, con cui divideva la camera, di essersi scolato 18 whiskies di fila:  “I’ve had eighteen straight whiskies. I think it’s a record. I love you”.

Il 4 novembre Thomas sta male ma continua a bere. Riceve almeno tre volte in camera il dottor Milton Feltenstein che gli somministra steroidi e morfina. Dopo la mezzanotte Dylan è semiparalizzato. Elizabeth Reitell chiama l’ amico John Heliker , buon pittore, e insieme lo portano con un’ambulanza al St. Vincent’s Hospital. È in questi minuti che Dylan avrebbe pronunciato a Heliker le sue ultime parole prima di entrare in coma: “After thirty-nine years, this is all I’ve done”.

Viene avvisata la moglie Caitlin che prenderà un volo per New York. In ospedale pare che le prime parole da lei dette siano state “Non è ancora crepato quello stronzo?”, poi ubriaca e incontrollabile verrà portata in una clinica di Long Island per un rehab.


Dylan Thomas muore il 9 novembre.


Corinth, 1957

The Howard House, 1965

West Dover

Autoritratto, 1970



martedì 11 febbraio 2014

ARTE E POESIA

BONNEFOY / CONSTABLE / CLAUDE LORRAIN



Nella raccolta Quel che fu senza luce Yves Bonnefoy fa riferimento ad 

alcuni dipinti. Per l’esattezza, a Dedham vista da Langham di John 

Constable nella poesia omonima e a due tele di Claude Lorrain, Il castello 

incantato e Agar e l’angelo.


Dedham vista da Langham, 1813 - Tate Britain, Londra


Agar e l'angelo, 1654 - Public Art Gallery, Dunedin


Il castello incantato - Psiche davanti al palazzo di Amore, 1664 - The National Gallery, Londra

venerdì 24 gennaio 2014

GIORNO DELLA MEMORIA

ARTE E SHOAH


Fritz Hirschberger, Indifference


Indifference


Fear not your enemies,
for they can only kill you.

Fear not your friends,
for they can only betray you.

Fear only the indifferent,
who permit the killers and

betrayers to walk safely on earth.







Indifferenza

Non aver paura dei tuoi nemici,
possono solo ucciderti.

Non aver paura dei tuoi amici,
possono soltanto tradirti

temi solo chi è indifferente
perché è l’indifferenza che permette
all’assassino e al traditore
di camminare tranquilli sulla terra.

Poesia di Edward Yashinski, poeta yiddish polacco, sopravvissuto alla Shoah.


Fritz Hirschberger, Hypocritical Oath

Fritz Hirschberger, The Concordat


I dipinti di Hirschberger fanno parte della serie Sur-Rational Paintings dei primi anni Novanta con cui il pittore ebreo tedesco, anch'egli sopravvissuto all'olocausto, propone un'interpretazione politica e poetica della terribile esperienza vissuta. I colori accesi, la linea da cartoon, l'infantilismo emozionato stridono con l'atrocità del tema e con la forza del messaggio che è insieme atto d'accusa e testimonianza.

“The contents of these paintings represent the views of a survivor artist and his response to the Holocaust. The majority of the paintings are based on my personal experience or an historical fact. The paintings ask questions, but give no answers.”                                                        
                                                                        Fritz Hirschberger