IL PULP - MÉLO AL CHILI 2000 - 2003 - 2006
Si ricordano grandi coppie nella storia del cinema, da Ferreri-Aczona a Fellini-Flaiano a Kieslowski-Piesiewicz, per restare a quelle che considero di valore assoluto. Gli anni Zero hanno visto l’affermazione internazionale della coppia messicana Iñárritu-Arriaga con i tre titoli che dal 2000 al 2006 compongono la così detta Death Trilogy. I tre film sono ‘Rubrik-movies’, film nei quali la successione logico-cronologica dei fatti viene scomposta e ricomposta in virtuosismi che se non raggiungono l’inguardabilità di un film come Memento di Nolan, non hanno nemmeno l’ironia di Tarantino e ancor meno il rigore mai pedante/pesante di quel capolavoro Rubrik che è The Killing, per fare i primi esempi che vengono in mente.
La scomposizione dell’ordine narrativo sembra che sia il tratto irrinunciabile per raccontare storie ‘impegnate’, ‘d’autore’. Ma se ci si lega troppo alla regola si rischia di restarne prigionieri e quella che appare come la cifra stilistica finisce per diventare manierismo.
E proprio questo è capitato ai due autori messicani. Partono con Amore perros, in cui viene applicata alla lettera la lezione di Pulp Fiction nella costruzione della sceneggiatura. I tre episodi sono girati bene ma il film manca di coesione, con alcune situazioni e certi personaggi fuori fuoco. Completamente sbagliato il personaggio del guerrigliero-barbone, melensa la storia extraconiugale alto borghese, si salva l’episodio ‘basso’, con il rapporto fra cognati credibile, i ruoli pienamente caratterizzati e girato con mestiere. Per Iñárritu ed Arriaga si aprono le porte di Hollywood.
Il budget si fa consistente e arrivano le star. Del 2003 è 21 grammi, e sorgono i problemi. Il pulp si fa melodramma, il regista non controlla Penn che strafà e si porta a casa la coppa Volpi. È un cinema barocco quello di 21 grammi, dove si procede per accumulo e il risultato è un eccesso di tutto: morte, amore, lacrime, ego così da accontentare tutti.
I due continuano a seguire gli stessi moduli ma dilatando lo spazio. Dai pochi quartieri della stessa città di Amore perros al mondo di Babel: Messico, USA, Marocco, Giappone. I tempi restano eccessivi, due ore e venti, e le storie seguite dal regista nella babele linguistica non portano a nulla. Iñárritu è a suo agio nelle scene messicane del matrimonio anche se i guai al posto di blocco sono talmente prevedibili da inficiare la riuscita dell’episodio. Interessanti le ‘soggettive uditive’ che hanno per protagonista la inquieta teen-ager giapponese. Un po’ poco per gridare al capolavoro.
