RICKY
FRANÇOIS OZON - 2009
Primo piano quasi frontale, inquadratura fissa sul volto di una donna sconvolta, piangente, che parla con un’altra donna che resta fuori campo e della quale sentiamo la voce. Quella che vediamo e’ una donna abbandonata, senza lavoro, con il bimbo piccolo da seguire e con l’affitto non pagato da mesi. Siamo in un ufficio pubblico e l’impiegata fuori campo dà istruzioni burocratiche con voce distaccata e professionale. L’inizio è promettente. Il contrasto tra la disperazione quasi rassegnata della madre e la voce asettica dell’interlocutrice è toccante, con la macchina da presa che non si stacca dal volto addolorato. Pochi minuti e appare la scritta ‘qualche mese prima’.
Ricky di François Ozon inizia esattamente come quel Sitcom che lo pose all’attenzione di pubblico e critica non solo francesi: anche nel film del 1998 dopo pochi minuti appariva la solita scritta, quelques mois plus tôt…
Pure la seconda sequenza fa centro. Interno di appartamento, una bambina appena scesa dal letto va a svegliare la madre che deve alzarsi per andare a lavoro. Siamo di fronte ad un ribaltamento di ruoli con l’adulta che si gingilla nel letto e dice di non aver voglia di andare a lavorare e la figlia di sette anni che seria fa la grande. Il tutto girato con il rigore leggero e recitato con l’ammirevole naturalezza che saranno le costanti del film. Particolarmente impressionante la piccola Lisa, capace di trasmettere le più diverse sensazioni e sentimenti.
Sono trascorsi pochi minuti e si capisce che siamo di fronte ad un miracolo. Film cameristico, tre protagonisti, pochi ambienti, vicende quotidiane, rapporti familiari comuni. Storia quasi minimalista di esistenze ordinarie eppure si avverte che la mano è una mano d’autore, che ama il suo lavoro, ci crede e rispetta lo spettatore col quale istaura un gioco fatto di piccoli scarti, come nelle prime due sequenze descritte o come il primo approccio tra Katie e Paco, che sarà il nuovo compagno e padre di Ricky. Eh sì, perché poi nasce Ricky ed ecco altri piccoli scherzi che Ozon si permette di fare allo spettatore, facendogli credere cose che si rivelano sbagliate. Ma questo è ancora nulla rispetto alla sorpresa che dà il senso al film. La seconda parte è infatti lo sviluppo di questo colpo di scena che ci trasmette sensazioni che vanno dalla simpatia alla gioia ma che comprendono anche la tristezza e infine la speranza. E’ un film di emozioni che assumono lo sguardo rude, forse un po’ bastardo di Paco, quello innamorato, disperato e materno di Katie,e quello responsabile, indifeso, amabile di Lisa. E poi c’è Ricky…
My best film of the year, approximately
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mercoledì 8 dicembre 2010
domenica 7 novembre 2010
FRANÇOIS OZON
IL RIFUGIO
FRANÇOIS OZON - 2009
FRANÇOIS OZON - 2009
Tossici che non trovano la vena e si bucano nel collo (ago che buca la pelle). Morte per overdose e corpo riverso a terra con bava alla bocca. Aborto consigliato, bambino tenuto. Metadone in gravidanza. Relazioni asimmetriche, rapporti occasionali non convenzionali. Bambini adottati che diventano padri di bambini abbandonati. Padri assenti, madri gelidamente arroccate, madri incoscienti, paternità omosessuale. Cimiteri, chiese, ospedali, ville patrizie e case di campagna vista mare. Ambienti per borghesia francese bianca. Nuove modalità per l’istituzione-famiglia in crisi di identità. Nel film Il rifugio ci sono tutte queste pesantezze. Effettivamente sono un po’ troppe ma, miracolo, il film non è pesante.
Ozon segue un ciclo vitale, nove mesi, dall’inverno freddo della morte all’estate luminosa della vita. Tutto accade sulla pelle della bella e brava protagonista, una Isabelle Carré realmente incinta durante le riprese: tempo narrativo e tempo extranarrativo devono coincidere ed infatti scandiscono il ritmo del film.
Qualche lieve citazione cinéphile, l’inizio con il viadotto di Passy dell’Ultimo tango, il Truffaut alle prese con l’attrice incinta in Effetto notte e soprattutto Rohmer grazie e non solo alla fugace presenza di Marie Rivière che torna sui luoghi del Raggio verde. E proprio Rohmer sembra essere il nume tutelare di Ozon ma al giovane e talentuoso regista manca la brillantezza dei dialoghi dell’insuperabile maestro. Inoltre, si ha l’impressione di un intento didascalico che afferisce ad un cattolicesimo, senz’altro sui generis, moderno, aperto, illuminista, ‘francese’ quanto si vuole ma che lascia una senso di costruito che nuoce ad un film comunque apprezzabile.
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