cinema

venerdì 31 dicembre 2010

LISA CHOLODENKO

THE KIDS ARE ALL RIGHT

LISA CHOLODENKO – 2010

 
When routine bites hard And ambitions are low
A resentment rides high But emotions won’t grow

Ho pensato a questi versi dopo aver visto The kids are all right. Non che le atmosfere dei Joy avessero qualcosa da spartire con il solare film californiano ma l’amaro in bocca che lascia il film mi ha ricordato la stessa sensazione che sempre mi lascia l’ascolto di Love will tear us apart: un capolavoro mancato.
La palude matrimoniale, i figli che stanno prendendo le loro strade, la routine che ammazza, le ambizioni che si azzerano e il risentimento serpeggia. In questo quadro che la regista vuol rendere ordinario nonostante tanto ordinario non sia, si inserisce l’intruso che fa emergere ciò che stava sepolto sotto un lieve strato di terriccio biologico, per restare in tema con la storia.
Per due terzi il film funziona che è una meraviglia. Attori, situazioni, dialoghi, tutto perfetto per quello che è un ritratto impietoso della middle class progressista americana poi il «gay pride» della regista s’impone e viene fatto fuori il detonatore e tutto si ricompone nella cornice delle situazioni consolidate. L’America sempre più europeizzata della famiglia pseudo-tradizionale esce un po’ rattoppata ma forse indenne dal ciclone pieno di incosciente vitalità della perenne adolescenza yankee, che qui ha il volto del ‘giovane’ quarantenne Mark Ruffalo.
La regista prima ferisce mettendo a nudo i comportamenti e i clichés del mondo liberal usando l’arma della satira, poi cambia registro e temendo di essere stata troppo dura con il milieu a cui lei stessa appartiene, cerca soluzioni normalizzatrici, incluso il mea culpa recitato da Julienne Moore davanti ai componenti della famiglia, subito pronti a perdonare.


Spigolature del dopo visione


Bellissimo il titolo del film di modsiana memoria.
Si parte con i Vampire Weekend e questo la dice lunga sul background socioculturale del film.
La Moore sfoggia una Tshirt con Elvis Costello
Tra le amiche di Joni c’è la figlia di Steven Spielberg
Si beve Alma Rosa 1998, Petite Syrah 1986 e Seavy Cabernet
Tra i dischi in vinile di Paul si riconoscono Hunky Dory di Bowie, Blood on the tracks di Dylan, Here comes the sun di Nina Simone e Blue di Joni Mitchell

domenica 26 dicembre 2010

BEST FILM&ALBUM 2010


PLAY LIST DI FINE ANNO

2010 di sottil profilo, sia per i film che per i dischi; a dirla spicciola, non c'è stato il capolavoro.

MIGLIOR FILM

The kids are all right, di Lisa Cholodenko
Simon Konianski, di Micha Wald
Animal kingdom, di David Michôd

Tre bei film con qualche difetto: finale debole e i tre caratteri principali a rischio di schematizzazione per la Cholodenko, pericolo non sempre scampato di scivolare nell'autoreferenzialità ebraica per Wald, un po' troppo ragionato e didattico il film australiano.

Segnalazioni: Revanche, film austriaco del 2008 uscito in Italia quest'anno, di genere con ambizioni riflessivo-autoriali che lo appesantiscono. Il profeta, con una scena di omicidio-iniziazione ottimamente girata. La bella sequenza che precede il rapimento di The desappearance of Alice Creed. Cyrus per l'insopportabile personaggio del titolo ottimamente delineato. Avatar per il puro divertimento regalato e per aver fatto rivivere quella che era la vera essenza del cinema delle origini, la stupefazione. Tra gli italiani poco o nulla, citazione per gli ambienti sociali descritti in Io sono l'amore.

Simon Konianski
MIGLIOR ALBUM

Ali&Toumani, Ali Farka Touré e Toumani Diabaté. In assoluto miglior disco dell'anno anche se le registrazioni risalgono al 2005, anno della morte del grande chitarrista africano. Potrebbe quindi trattarsi di un fuori competizione.

In mancanza di pietre miliari, qualche segnalazione
Hidden dei These New Puritans. I gemelli Barnett puntano molto in alto e risultano a volte antipatici ma il loro intento di "far incontrare la dancehall con Steve Reich", per citare la critica anglosassone, in alcuni momenti riesce. Il ritorno in buona forma di Paul Weller con Wake up the nation, albun di canzoni più o meno ispirate. Il sempre gradevole progetto Gorillaz di Plastic Beach. Sorprendente il tentativo di creare un ambiente sonoro totale da parte di Flying Lotus con il suo Cosmogramma. Infine due apprezzabili esordi, l'ispirato ma ancora acerbo Carlou D con il suo Muzikr e il fenomeno Janelle Monáe, anche se la brava cantante americana si prende troppo sul serio e The Archandroid risulta ridondante. Impossibile non ricordare il ritorno di Gil Scott-Heron, con il commovente I'm new here.
Panorama italiano deludente. Piacevole Primitivi del futuro dei Tre Allegri Ragazzi Morti e due singoli, Mondo di Cremonini e Un bacio d'addio di Nina Zilli.
Disco più ascoltato dell'anno, The hips of tradition di Tom Zé, album del 1992.



Gil Scott-Heron


Comunque vale sempre ricordare Baudelaire

Maint joyau dort enseveli
Dans les ténèbres et l'oubli,
Bien loin des pioches et des sondes;

Mainte fleur épanche à regret
Son parfum doux comme un secret
Dans les solitudes profondes.



giovedì 23 dicembre 2010

ANARCHIA PER IMMAGINI

La dimensione iconica dell’utopia

anarchica

Anarchik, da Il nemico dello stato, Milano - 1967

Serie di immagini legate all’anarchia. Lo scopo è quello di oggettivare un movimento di idee, valori e pratiche esistenziali in elementi di immediato impatto visivo. Non solo ma cercare anche di legarli ad un territorio. Tali realtà visive possono essere espressione artistica colta, come le idee sviluppate dall’artista contemporaneo Luca Vitone, classe 1964, o istintive e immediatamente fruibili come i poster, i fumetti e le vignette.  Possono  identificare un territorio e farsi segno comunitario di un  passato storico. Entrare infine nel paesaggio.


Il pre-Anarchik, 1966 e Manifesto Festa anarchica, Massa 2010

















A questo proposito la centralità geografica viene assunta dalla città di Carrara come brand dell’anarchia, forse più supposta che reale. Tra i sedici e i diciotto anni Fabrizio De André prendeva il treno e da Genova andava a Carrara e frequentava i circoli anarchici della città, come ricorda lo chansonnier in varie dichiarazioni, una contenuta nel bel documento video Sulla mia cattiva strada.
Un altro genovese dedica a Carrara l’opera Liberi tutti, dove però l’idea della capitale italiana dell’anarchica è ridotta ad una serie di cartoline standard che sembrano il simulacro di ciò che è stato.
La lapide di Colonnata è infine il suggello di un’esperienza del passato ma anche un monito per il presente. Il territorio continua a vivere sulla memoria collettiva. Ancora oggi la tradizione anarchica è sentita tra le Apuane, forse più come mito identitario che come pratica esistenziale anche se qualche anarchico puro si trova ancora, tra il Tirreno e le Apuane.


Lapide di Colonnata, Carrara


Luca Vitone, Nulla da dire solo da essere, Milano - 2004
Le bandiere stanno a un' idea politica, alla rappresentazione di una nazione, ad un'utopia, cosi' come la cartografia sta a un territorio. Non stupisce quindi che nel suo lavoro Vitone esplori entrambe queste rappresentazioni e le implicazioni politiche che vi sono coinvolte.

Vitone riempie lo spazio di bandiere che scendono dal soffitto. Usate quasi come un elemento architettonico;alcune sono nere bordate di rosso e ricordano quelle del progetto Liberi tutti legate all' iconografia anarchica; altre con una ruota rossa su fondo nero sintesi tra la bandiera Rom e di quella anarchica (la ruota è anche il simbolo del comune di Carrara), inseguono l'utopia del nomadismo libertario.
Dalla presentazione della personale di Luca Vitone, Galleria Emi Fontana, Milano, 2004

Questo post è dedicato agli anarchici apuani


martedì 21 dicembre 2010

AYN RAND

OGGETTIVISMO LIBERTARIO
Gary Cooper come Howard Roark - 1949

Prima o poi i conti con Ayn Rand bisognerà farli anche in Italia. Sì perché nel mondo anglosassone e soprattutto negli Stati Uniti i conti con l’eclettica esule russa li hanno fatti da un bel po’. Già dal periodo tra le due guerre e poi soprattutto dagli anni Cinquanta.
Del 1943 è il best seller The fountainhead, da cui la trasposizione cinematografica La fonte meravigliosa con la regia di King Vidor. Protagonista del film è Gary Cooper che interpreta il ruolo di un architetto che ricorda Frank Lloyd Wright.
Dopo il successo Ayn Rand si trasferisce da Hollywood a New York e si interessa sempre più alla politica, facendosi promotrice di movimenti e gruppi anticomunisti e nel 1951 è animatrice di un proprio circolo, The Collettive, nelle attività del quale verranno definite le linee principali del pensiero oggettivista. Uno dei frequentatori più assidui del Collettive sarà niente meno che il futuro governatore della Fed Alan Greenspan.


Le idee filosofiche di Ayn Rand raggiungono il grande pubblico nella veste di opere narrative: nel 1957 esce il grande romanzo Atlas shrugged, mille pagine nelle quali si intrecciano la fantascienza, gli scontri tra le grandi corporations per la conquista del potere e del denaro, la lotta dell’individuo contro le varie forme di organizzazioni collettive, siano esse private o pubbliche. In particolare vengono analizzate le dinamiche economiche e sociopolitiche che si scatenano nei periodi di crisi attraverso le vicende di una serie di protagonisti tra i quali ben si individuano i buoni e i cattivi. I ‘buoni’ per la Rand sono gli individualisti, cinici e senza scrupoli, dotati di capacità eccezionali e aventi come obiettivo l’affermazione di se stessi senza giungere a compromessi con i centri di potere consolidati.
Un’aurea nicchiana aleggia sul paesaggio urbano fatto di industrie, consigli di amministrazione, scienziati e innovatori, grattacieli e grandi residenze patrizie, ma un Nietzsche utilitarista, che ha come unica fede il successo nel mondo degli affari. Non c’è Dio nelle pagine della Rand e soprattutto c’è una forte avversione per tutto ciò che è Stato e che limita la libertà del singolo. Particolarmente duro è l’attacco contro l’intervento pubblico in economia. Proprio questo aspetto ha fatto tornare d’attualità l’Atlante randiano.


L’Economist ha pubblicato l’esito di una ricerca che ha messo in relazione le vendite Amazon del romanzo con gli ultimi eventi dell’attualità americana. Nel periodo 2007-2009 , infatti, il libro è tornato tra i best seller (strano per un romanzo di mille pagine del 1957!) con picchi di vendita coincidenti con l’annuncio di azioni da parte dell’amministrazione Usa nei confronti della recente crisi del credit crunch.          
Si è poi appurato che un seguitissimo profilo facebook statunitense dichiarava “Read the news today? It’s like ‘Atlas Shrugged’ is happening in real life”. Il legame tra il profetico nromanzo della Rand e la realtà di mezzo secolo a venire hanno scatenato la corsa all’acquisto, suggerito dal passaparola in rete.
Il romanzo è veramente affascinante, lo sto leggendo in lingua originale. In Italia, dopo qualche tentativo di pubblicazione in edizioni non integrali è uscito di recente in tre volumi per Corbaccio. È in fase di lavorazione un film tratto del libro.


Forse dopo la lettura di Atlas shrugged potrò essere considerato un randiano anche dal mio amico Alessio, grande ammiratore della Rand e seguace di quell’oggetivismo filosofico che avrebbe segnato figure quali Rothbard, riconosciuto leader del libertarismo americano ma anche il più ufficiale Robert Nozick, autore del fondamentale Anarchia, stato e utopia.

Ayn Rand - San Pietroburgo, 1905 - New York, 1982

 



sabato 18 dicembre 2010

DAVE BALL

IN STRICT TEMPO
DAVE BALL - 1983






Erano i primi Ottanta, all’Università si studiavano temi quali “L’estetica postmoderna da John Barth a Blade runner”, si beveva oceano ai parties psicopatici di Gaznevadiana memoria, l’Aids distruggeva le migliori menti della mia generazione, per dirla con Allen Ginsberg e usciva un disco che come lampo illuminava quel periodo e come lampo rapido si disperdeva lasciando barbagli di suoni in testa.
Ok, c’erano appena stati Eno&Byrne nascosti nella boscaglia dei fantasmi ma questo In strict tempo assumeva il postmodernismo colto newyorkese e lo adeguava ad una dimensione meno snob ed elitaria e più istintiva, modaiola ed effimera magari ma proprio per questo maggiormente in linea con i principi estetici del periodo.
Dopo la proficua esperienza con Marc ‘Mambas’, Dave Ball incide questo album invitando alcuni amici a giocare al piccolo chimico.
Già la cover è tutto un programma, con il soggetto, le due figure e le luci presi direttamente da qualche Indiana Jones (altra postmodernism icon, dicevano certi testi di esame di allora) solo più ambiguo e di tendenza.
I materiali sonori (MaSo, la citazione è voluta) sono i più disparati, si va dall’elettronica sinfonica con ensemble di archi stile Ciaikovskij al country&western da parodia; dal dancefloor alla suite stile colonna sonora anni Settanta con sax e sottofondi urbani; dalle marce con rulli di grancassa sintetica alla melodia suadente, da Vangelis al blaxploitation. Anche la forma/durata dei singoli brani è molto varia, dal minuto di un intermezzo musicale agli oltre dodici delle American stories, il cui titolo fa molto Laurie Anderson ma con meno pretese intellettualistiche. Ci sono poi i canonici tre/quattro minuti per quelle che sono canzoni tradizionali. Come si vede ce n’è per tutti i gusti.
Non solo ma tra gli amici che Dave Ball chiama a raccolta ci sono delle personalità di culto, quali la pianista e compositrice Virginia Astley, qui in veste di flautista, Gavin Friday , già voce dei mitici Virgin Prunes e il guru-artista totale Genesis P-Orridge dei Throbbing Gristle, il quale scrive i testi e dà la voce a due brani.
Soundtrack di una stagione, In strict tempo non fa una piega a riascoltalo oggi.


Questo post è dedicato alla memoria di Alessandro Calovolo.

mercoledì 15 dicembre 2010

WOODY ALLEN

INCONTRERAI L’UOMO DEI TUOI SOGNI
WOODY ALLEN – 2010




Ancora un film europeo per Allen, ambientazione in una Londra pulita, verde e fiorita, con Fiat 500 e Alfa per le strade, Boccherini e Donizetti in sottofondo, componenti d’arredo Poliform e oggetti Alessi.
Una noia mortale. Non un personaggio, dicasi uno, tra i molti protagonisti è riuscito e gli attori fanno rimpiangere le casalinghe disperate. Hopkins poi, diventa un simil Allen che prova a ricrearne mimica e gesti. Tutto il film è una copia pallida di Desperate Housewives, di cui cerca di imitare ritmi narrativi e situazionali – narratore off incluso – senza averne la scrittura scoppiettante e sorprendente, ma non è facile fare al cinema buona televisione e non è detto che bravi attori cinematografici sappiano reggere i tempi di una soap. In questo caso i colpi di scena sentimentali sono di una banalità che viene da pensare che dietro la macchina da presa non ci sia il regista che conosciamo ma il dubbio svanisce subito: ogni scena, ogni battuta è Allen al 100 per 100 ma sbiadito, da coazione a ripetere sterile e pesante: non solo, il film trasuda antipatia e stanchezza da ogni fotogramma.
La madre abbandonata e alcolizzata preda della cartomante è insopportabile e la caratterizzazione è da sceneggiatore esordiente, come la ‘attrice’ che accalappia il vecchio che per starle al passo deve assumere il viagra (colpo di genio!!). Siamo al patetico e pure in questo caso è fallimentare il tentativo di creare il personaggio della svampita: non funziona proprio. Altri clamorosi esempi di imbarazzante inconsistenza narrativa: l’assistente aiuta l’amica a sfondare nel mondo dell’arte e quando sta per confessarle l’amore per il capo viene anticipata dall’artista che ha appunto intrecciato una relazione con il gallerista, ma guarda un po’! Oppure quando la solita assistente decide di aprire una galleria per conto proprio e chiede un prestito alla madre, questa lo nega sotto l’influenza della cartomante e la figlia cerca di distruggere la reputazione della veggente che lei stessa aveva consigliato alla madre o la solita figura dello scrittore in crisi che trova la sua musa nella giovane che si spoglia davanti alla finestra di fronte. Accidenti, che originalità. No, è tutto troppo insipido, prevedibile e dopo una decina di minuti così noioso da far venire il sospetto che forse non siamo riusciti a capire il film. Eppure un’ideuzza buona ci sarebbe anche, volendo proprio salvare qualcosa: la trovata del manoscritto ma pure questa si risolve con il più abusato scambio di persona.
Manca sia un player capace di riempire la scena o illuminarla, come era successo con Penelope Cruz in Barcellona o Scarlett Johansson in Scoop, sia l’intreccio con trovata geniale di Match point.
È il caso di citare Shakespeare come fa nell’incipit il narratore fuori campo: molto rumore per nulla.

lunedì 13 dicembre 2010

BONUS TRACKS

CRONOLOGIA provvisoria DELLA CANZONE FATALE




Like a rolling stone – Bob Dylan , 1965
A Day in the Life – The Beatles, 1967
Suzanne – Leonard Cohen, 1967
A Whiter Shade of Pale – Procol Harum , 1967
You Can't Always Get What You Want – The Rolling Stones, 1968
What's Going On – Marvin Gaye, 1971
Walk on the Wild Side – Lou Reed, 1972
Ship of fools – John Cale, 1974/1992
You're a Big Girl Now – Bob Dylan, 1975
Stay Free – The Clash – 1978
Train in Vain – The Clash, 1979
Redemption Song – Bob Marley – 1980
Hey Nineteen – Steely Dan, 1980
Hey, Little Rich Girl – The Specials/Amy Winehouse, 1980, 2007
Ceremony – Joy Division/New Order/Radiohead, 1980, 1981, 2007
Let X=X/It Tango – Laurie Anderson, 1982
Town called malice – The Jam, 1982
Shipbuilding – Elvis Costello, 1983
The boy in the bubble – Paul Simon, 1986
Back in Time – Graham Parker, 1988
Smells Like Teen Spirit – Nirvana, 1991
Fake Plastic Trees – Radiohead 1995
Albion – The Libertines, 2003
Out of Time – Blur, 2003

venerdì 10 dicembre 2010

ITALO CALVINO A GUIDO MORSELLI

CALVINO RIFIUTA IL COMUNISTA



Morselli invia il suo romanzo “Il comunista” alla casa editrice Einaudi, sperando in una pubblicazione. La risposta si fa attendere ma questa volta a scrivere è Italo Calvino in persona. E’ da immaginare lo stupore e la gioia di Morselli nel vedere una lunga lettera di risposta firmata da quella che era considerata la figura più autorevole del panorama culturale italiano. La delusione però si presenterà agli occhi dello scrittore ‘inedito’ subito dopo le prime righe. Si tratta infatti di un altro rifiuto.


Torino, 5 ottobre 1965
Caro Morselli,
finalmente ho letto il Suo romanzo […] la lettura dei manoscritti è un lavoro supplettivo ed è anche un lavoro - devo dirglielo subito -che, quando si tratta di romanzi politici, faccio senza nessuna speranza. Trattando i problemi che stanno a cuore si possono scrivere saggi che siano opere letterarie di gran valore, valore poetico dico, con non solo idee e notizie, ma figure e paesi e sentimenti. Delle cose serie bisogna imparare a scrivere così, e in nessun altro modo. […] Le ho detto questo prima, come avrei potuto dirglielo prima di leggere il Suo romanzo: insomma è chiaro che gran parte del mio giudizio è basato su questo a-priori.


Calvino mette subito le cose in chiaro. Di fronte a romanzi “politici” non c’è speranza.
Il romanzo non può parlare di cose serie. Calvino formula giudizi a priori e lo ammette, quindi, la sua è una bocciatura. C’è insomma un pregiudizio estetico ma anche ideologico da parte dell’intellettuale ‘più illuminato’ del dopoguerra, colui che teneva ambo le chiavi della più prestigiosa casa editrice italiana.


Cominciando a leggerLa ho però provato interesse. Il Suo libro si presenta gremito di fatti, di dati, di documentazione d'una vita reale, ed è questa parte non-romanzesca, che mi faceva appunto rimpiangere che Lei non avesse scritto, che so?, una divagazione sul movimento operaio emiliano, raccogliendo e commentando memorie dirette e indirette, o un libro di ricordi e pensieri. […] tutta la figura di Terranini, c'è, persuade; la biografia americana di Terranini, anch'essa minuziosissima, e tutto sommato persuasiva, sa però di documentazione indiretta, resta fredda


Calvino inizia a leggere e s’interessa non per il romanzo in quanto tale ma per la mancata realizzazione di una raccolte di memorie da parte di Morselli. Non solo il questuante non può scrivere romanzi politici, ma neanche saggi. Tutt’al più un libro di ricordi! Invece Morselli insiste e costruisce anche un protagonista che persuade. Ma come si permette questo sconosciuto? e sa pure scrivere! sembra pensare il sommo.
Maestrina con la penna rossa Calvino segna gli errori: anglismi poco consapevoli, impressione di freddezza e ricostruzione da documentazione indirette. Proprio non ci siamo.
Ed ecco il peccato capitale: Morselli prova a descrivere l’interno del partito comunista e sbaglia tutto, che se lo lasci dire da uno che quel mondo lo conosce a tutti i livelli.
Calvino non è indulgente nemmeno per quel che riguarda l’impostazione tecnico-letteraria del romanzo: la parte amorosa non convince, le donne sono manichini, dialoghi inverosimili e il finale è forzato


[…]dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all'interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. quel che riguarda Montecitorio, e la vita del povero deputato di provincia, è però più persuasivo. […]tutta la parte amorosa, le donne, specialmente Nuccia, non convincono; Nancy è solo un manichino ideologico tutto-fare. E tutto il viaggio in America è forzato[…].   Come vede il libro ho cercato di leggerlo in tutte le sue dimensioni, insomma ci ho preso gusto e mi ci sono arrabbiato, non rimpiango il tempo che ho impiegato a leggerlo, posso dire che mi ha mosso pensieri e ci ho imparato.
Spero che Lei non s'arrabbi per il mio giudizio. Si scrive per questo e solo per questo: non per piacere, o stupire, o "aver successo".
Un cordiale saluto
Suo Italo Calvino


Calvino legge il libro ci si appassiona, lo fa riflettere e impara dalla sua lettura ma non è pubblicabile. Dopo tutto, secondo il grande scrittore, si scrive per questo: per non essere pubblicati!


Alberto Moravia sul suicidio di Guido Morselli dopo il rifiuto di Dissipatio H G: “Ha fatto malissimo. Visto che era ricco poteva fare come me, che a vent’anni feci pubblicare a mie spese Gli indifferenti”.

giovedì 9 dicembre 2010

STEVE REICH

TEHILLIM

STEVE REICH - 1981



Il grande compositore americano, per la prima volta nella sua produzione musicale, fa i conti con il suo retaggio culturale e mette in musica quatto salmi, Tehillim in ebraico. Dopo la fondamentale esperienza di Music for 18 musicians e immediatamente precedente un’altra composizione decisiva come The desert music, Reich si concede una pausa misticheggiante affrontando la trasposizione in musica e canto delle brevi e ispirate liriche veterotestamentarie in lingua ebraica.
L’approccio mette in evidenza il contrasto tra le quattro voci femminili e la ricca sezione percussiva, memore dell’influsso africano che affascinò il compositore fin dagli esordi. Elemento voce ed elemento percussione a cui si associano fiati e archi a formare un organico di 19 elementi.
Con Tehillim Reich, pur mantenendo la sua cifra inconfondibile e che anticipa certe atmosfere di Desert music e anche le cadenze del più tardo Different Trains, il minimalismo si fa meno accentuato e, specie nel cantato, la linea melodica si prolunga e si accosta, per usare le parole del compositore, alla tradizione musicale occidentale.
Recupero della lingua della Bibbia e di un’atmosfera rituale e arcana (cimbali, tamburello), canoni e variazioni della storia musicale europea (archi, legni), percussioni esotiche (marimba, maracas) generano l’affascinante affresco sonoro dei Tehillim


Testo dei quattro movimenti

Salmi 19:1-4
Al capo dei musici il salmo di davide. I cieli raccontano la gloria di dio
E la distesa di stelle annunzia l’opera delle sue mani
Un giorno all’altro giorno sgorga parole
Una notte all’altra notte trasmette conoscenza
Non hanno suono né segno, la loro voce non si ode
Ma la loro armonia si sprigiona per tutte le terre
I loro accenti giungono all’estremità del mondo
Dio ha posto in essi un riparo contro al sole


Salmi 34:12-14
Uomo che ami la vita
Uomo che ami lunghezza di giorni da cui trarre del bene
riguarda la tua lingua dal male
riguarda le tue labbra dalla frode
astienili dal male e compi il bene
cerca la pace e procurala


Salmi 18:25-26
tu sei pietoso con il pio, tu sei onesto con il probo
tu sei puro con il puro, tu sei accorto col perverso


Salmi 150:4-6
lodatelo con le danze, lodatelo con il timpano e col flauto
lodatelo con gli strumenti a corda, lodatelo con cembali sonanti
lodatelo con cembali squillanti
ogni essere che respira lodi l’eterno, alleluia


versione di eustaki sulla base del testo della Bibbia italiana di Giovanni Diodati – 1641

Steve Reich dirige l'esecuzione dei Tehillim - 2007

mercoledì 8 dicembre 2010

FRANÇOIS OZON

RICKY
FRANÇOIS OZON - 2009



Primo piano quasi frontale, inquadratura fissa sul volto di una donna sconvolta, piangente, che parla con un’altra donna che resta fuori campo e della quale sentiamo la voce. Quella che vediamo e’ una donna abbandonata, senza lavoro, con il bimbo piccolo da seguire e con l’affitto non pagato da mesi. Siamo in un ufficio pubblico e l’impiegata fuori campo dà istruzioni burocratiche con voce distaccata e professionale. L’inizio è promettente. Il contrasto tra la disperazione quasi rassegnata della madre e la voce asettica dell’interlocutrice è toccante, con la macchina da presa che non si stacca dal volto addolorato. Pochi minuti e appare la scritta ‘qualche mese prima’.
Ricky di François Ozon inizia esattamente come quel Sitcom che lo pose all’attenzione di pubblico e critica non solo francesi: anche nel film del 1998 dopo pochi minuti appariva la solita scritta, quelques mois plus tôt…
Pure la seconda sequenza fa centro. Interno di appartamento, una bambina appena scesa dal letto va a svegliare la madre che deve alzarsi per andare a lavoro. Siamo di fronte ad un ribaltamento di ruoli con l’adulta che si gingilla nel letto e dice di non aver voglia di andare a lavorare e la figlia di sette anni che seria fa la grande. Il tutto girato con il rigore leggero e recitato con l’ammirevole naturalezza che saranno le costanti del film. Particolarmente impressionante la piccola Lisa, capace di trasmettere le più diverse sensazioni e sentimenti.

Sono trascorsi pochi minuti e si capisce che siamo di fronte ad un miracolo. Film cameristico, tre protagonisti, pochi ambienti, vicende quotidiane, rapporti familiari comuni. Storia quasi minimalista di esistenze ordinarie eppure si avverte che la mano è una mano d’autore, che ama il suo lavoro, ci crede e rispetta lo spettatore col quale istaura un gioco fatto di piccoli scarti, come nelle prime due sequenze descritte o come il primo approccio tra Katie e Paco, che sarà il nuovo compagno e padre di Ricky. Eh sì, perché poi nasce Ricky ed ecco altri piccoli scherzi che Ozon si permette di fare allo spettatore, facendogli credere cose che si rivelano sbagliate. Ma questo è ancora nulla rispetto alla sorpresa che dà il senso al film. La seconda parte è infatti lo sviluppo di questo colpo di scena che ci trasmette sensazioni che vanno dalla simpatia alla gioia ma che comprendono anche la tristezza e infine la speranza. E’ un film di emozioni che assumono lo sguardo rude, forse un po’ bastardo di Paco, quello innamorato, disperato e materno di Katie,e quello responsabile, indifeso, amabile di Lisa. E poi c’è Ricky…
My best film of the year, approximately



martedì 7 dicembre 2010

FOLKABBESTIA

25-60-38
FOLKABBESTIA – 2006



Dicono di sé: sei frikkettoni baresi pericolosamente intenzionati a suonare e sudare al ritmo della musica popolare italiana e del folk irlandese, al ritmo del punk, dello ska e della musica balcanica

Nome e progetto grafico superlativi, vengono alla mente gli usual suspects: Dexys Midnight Runners, Pogues, Goran Bregovic, la Bandabardò, The Klezmatics, certo anti folk americano e fermiamoci qui, è fin troppo semplice.
Il disco è una rilettura di alcuni brani noti e meno noti della canzone italiana suonati con il solito piglio fresco e ironico che conosciamo. C’è però una consapevolezza nuova che, associata al fatto di cimentarsi con il ‘repertorio nazionale’ fa di 25-60-38 il disco della maturità. Preziosi anche gli ospiti, in particolare Battiato che si presta ad una azzeccata rilettura di un classico come L’avvelenata. Ma proprio l’interpretazione di Battiato mette in luce quello che è il punto debole dei Folkabbestia: l’interpretazione vocale. Nel cantato, appunto, manca ancora quella duttilità in grado di dare maggiore espressività ai pezzi che per la parte musicale hanno invece raggiunto apprezzabili livelli di ensemble e di brillantezza.
Con un sottotitolo come ‘Breve saggio sulla canzone italiana’ diventa però importante la scelta antologica. C’è molto Sud, ovviamente. Sono presenti Renato Carosone con i numeri da giocare al lotto del titolo, il classico dei fratelli Ciervo Serenata e il grande pugliese Modugno, con la struggente Amara terra mia e Tre briganti. C’è Uffa uffa di Bennato, Voglio vederti danzare di Battiato e la notevole Ahi Maria del calabrese Gaetano. Il sole del Mezzogiorno riguarda anche Siesta di Herbert Pagani per Bobby Solo. Poi grandi autori come Guccini, De Andrè, l’eccellente Jannacci di Giovanni telegrafista (come brano è il migliore dei quattordici scelti) e il Boris Vian del disertore. Infine La crisi, direttamente dalla EIAR e il fatalismo qualunquista di Pietre.


domenica 5 dicembre 2010

GUIDO MORSELLI

ROMA SENZA PAPA
GUIDO MORSELLI – 1966



Copertina prima edizione Adelphi, 1974
Don Walter torna in Italia dopo trent’anni per un’udienza con Papa Giovanni XXIV. La città eterna è in decadenza. Pochi turisti, strade sporche, prostitute e bande di ‘regazzini’. Il Papa ha traslocato, si è trasferito in un compound in piena campagna, a Zagarolo lasciando Roma orfana della sua millenaria presenza.
Don Walter, prete svizzero, sposato, giornalista e autore di un saggio in difesa della Iperdulia, va continuamente col pensiero al suo soggiorno romano della fine degli anni Sessanta. Il tempo in cui questo stupefacente romanzo di ‘fantateologia’ è stato scritto, il 1966, è nella finzione il ‘tempo perduto’ del ricordo, costantemente messo a confronto con quello che nel romanzo è il presente ma che fuori finzione costituiva il futuro. Come al solito Morselli lascia di stucco. Pensare che questo ‘unicum’ della letteratura italiana sia stato scritto nel 1966 suona come incredibile. Come oggi pare incredibile che in vita Morselli non riuscì a pubblicare neanche un romanzo. Anzi, lo scrittore emiliano-lombardo si uccise proprio dopo l’ennesimo “Spiacenti ma non siamo interessati al Vostro dattiloscritto”.
Morselli si conferma scrittore eclettico, imprevedibile e un mostro di bravura. Sia per la duttilità nell’uso della lingua – sarebbe meglio dire lingue, perché, poliglotta, qui mescola italiano, romanesco, francese, inglese, latino… – sia per le invenzioni dottrinali. L’autore infatti si muove con grande familiarità e ironia sopraffina tra correnti teologiche vere o da lui stesso inventate.
Stupisce anche la straordinaria capacità di ‘strologare e azzeccare’ le tendenze sociali che si sarebbero affermate nei decenni successivi alla data in cui il romanzo è stato scritto, e questo vale pure per certe innovazioni tecnologiche anticipate dal profetico Morselli.
Un esempio è l’esilarante disputa in videoconferenza fatta da computer che hanno memorizzato le opere dei due antagonisti. Ma le ‘visioni’ sono moltissime. Prossimi alla fine del secondo millennio, l’Italia ha meno di sessanta milioni di abitanti(!) e ha perso sovranità politica a favore di una Federazione europea. Ha smantellato il suo apparato industriale e vive esclusivamente di turismo. E’ insomma un unico museo poco curato che perde turisti.
Sotto l’aspetto religioso, i cattolici si protestantizzano (il celibato sacerdotale non è più obbligatorio) e si affermano nuove correnti quali la socialidarietà, la promozione della psicoanalisi cattolica, la convergenza col buddismo.
Le sorprese si susseguono di pagina in pagina. Roma senza Papa è un’affabulazione continua e dispiace giungere alla fine. E la fine è una gioiosa passeggiata a piedi nudi sul prato o sulle selci.

sabato 4 dicembre 2010

MARIO MARTONE

NOI CREDEVAMO
MARIO MARTONE - 2010


I centocinquant’anni dall’Unità offrono l’occasione per tornare a riflettere sulle vicende risorgimentali, oscurate per un periodo molto lungo. La cultura del Sessantotto aveva reso infatti improponibile la parola patria e tutto quanto ad essa era associato. Poi, dalla fine degli anni Ottanta, con l’affermazione della Lega, Risorgimento, Unità e Italia, per la prima volta nella storia nazionale non venivano ignorate, come era accaduto da parte della cultura di sinistra, ma venivano addirittura messe in discussione ed apertamente rinnegate, trovando seguito popolare in una parte consistente dell’area più ricca e produttiva del Paese. Con la presidenza Ciampi si ha infine l’offensiva patriottica, proprio in funzione anti leghista, con culto del tricolore e dell’inno di Mameli supportato dagli ex-missini ammessi nelle stanze del potere.

Il dibattito è aperto e Martone ha pensato bene di cogliere l’opportunità che avrebbe portato finanziamenti sicuri. I soldi comunque sono stati spesi bene. Il film dà un efficace contributo, in particolare visivo, al dibattito sull’unificazione nazionale, facendosi portavoce di un punto di vista ‘meridionalista’.
C’è il Sud in Noi credevamo, anche se il film è tratto da un libro della toscana Anna Banti.
Quattro capitoli tra Cilento, Parigi, Londra, Torino, l’Aspromonte, ma la luce del Mezzogiorno non è molto presente, in compenso non manca uno scheletro non finito in cemento armato che disintegra la logica temporale con funzione di fin troppo facile emblema. Quella struttura incompleta e abbandonata allegorizza appunto centocinquanta anni di storia e di speranze tradite.
Altre intrusioni contemporanee, come le rampe in metallo quasi hi-tech che conducono al patibolo. Gli strumenti di morte erano e sono tecnicamente perfetti. Teste mozzate, teste impalate, corpi decapitati dati in pasto agli spettatori, monito e spettacolo per la plebaglia.
Il film, troppo lungo, ha un’impostazione teatrale e anche gli spazi aperti sono in realtà luoghi scenici chiusi, delimitati da quinte, come i suggestivi bivacchi garibaldini attorno al fuoco, il battesimo sul sagrato, le esecuzioni nei cortili o l’inquadratura impressionistica dei parigini lungo la Senna. L’estetica teatrale tocca il suo acme nel secondo capitolo, quasi interamente ambientato nelle oppressive prigioni borboniche a lume di candela.
Il messaggio di Martone culturalmente e politicamente parlando non si discosta molto da quanto affermato, più di cinquanta anni fa, da un altro uomo del Sud, Tomasi di Lampedusa. Più interessante l’esito figurativo, con la prevalenza di toni scuri, i neri e i bruni su fondi grigi ed ocra à la Géricault. Particolarmente riuscita la scena del canto garibaldino con i rossi in chiaro-scuro accentuato che rimandano a Goya.
Infine gli attori. I principali personaggi storici, Mazzini e Crispi, risultano un po’ troppo da tv fiction e neanche sua maestà Servillo riesce a sollevare dall’anonimato il suo Mazzini, che invece dovrebbe essere il polo attorno al quale ruotano tutte le vicende, il vero e solo gigante politico ed ideologico che ispira le esistenze dei tre patrioti dei quali Martone segue le gesta. Sono infatti del tutto inesistenti nel film le altre figure storiche quali Garibaldi, Cavour o il Re sabaudo. Meglio gli altri personaggi, in particolare Domenico-Lo Cascio e Andrea-Binasco. Bellissime le bombe per l’attentato a Napoleone III.



Théodore Géricault, Teste di ghigliottinati.  XIX secolo

martedì 30 novembre 2010

DARIO FO / NICCOLO’ MACHIAVELLI

VIENIVIACONME

29 NOVEMBRE 2010



“Sia chiaro: i consigli che il Segretario della Repubblica di Firenze dedicava al Principe in verità non sono a lui rivolti ma alla popolazione intiera del proprio regno. In poche parole si tratta di un vero e proprio machiavello col quale, fingendo di parlare al signore, si vuol dar l’avvisata ad ogni cittadino di come si articola e con quali trucchi si muove la macchina del potere”.


Questa l’introduzione di un Dario Fo in grande forma all’elenco di consigli ‘machiavellici’ proposto a vieniviaconme. Intanto un finalmente! Machiavelli in prima serata è qualcosa di eccezionale e graditissimo. Poi, non è il solito Machiavelli additato come esempio di cinismo diabolico e quindi contrario al buonismo immacolato dei benpensanti. Fo lo dice chiaramente, il pensiero del Segretario, specie quello dei Discorsi e degli Orti Oricellari ha sempre guardato alla repubblica e ad una certa libertà (libertà relativa a quei tempi, si capisce). Era soprattutto il popolo che gli stava a cuore, e anche qui per popolo s’intende sempre una élite. Sono state le tristi vicende della vita a fargli scrivere il Principe, lucido e disperato tentativo per rientrare in gioco, dopo i rovesci di fortuna, la galera e la tortura e l’esilio all’Albergaccio. Troppo compromesso Niccolò. Tutti sapevano della sua grandezza ma anche della sua testardaggine poco incline alla sottile scaltrezza curiale che gioverà tanto al ‘democristiano’ Guicciardini. Ma anche questa volta Machiavelli risulta un po’ tradito dal comunque bel monologo di Fo. Sì perché i consigli non sono Machiavelli ma ancora una volta machiavellismo. Come per l’arcinoto ‘il fine giustifica i mezzi’, anche i cinque consigli enunciati in trasmissione non si trovano nelle pagine del Principe. Sono una rielaborazione, una sintesi machiavelliana non testuale ma va bene ugualmente. Il senso è arrivato.


In conclusione. Pare che il Principe sia uno dei libri preferiti da Silvio Berlusconi, uno di quelli che si tengono sul comodino. È un libro immenso e mai come oggi rileggerlo fa comprendere i meccanismi del potere. È un libriccino però da leggere non per raggiungere e mantenere il potere da parte di un signore ma, come ben dice Fo, per metterlo a nudo. Niente da dire, nonostante gli stenti, la sfortuna e le umiliazioni subite dopo i fattacci di Prato del 1512, Machiavelli aveva compreso tutto ma a lui servì a poco.

lunedì 29 novembre 2010

ANISH KAPOOR

STAZIONE METRO

MONTE SANT’ANGELO – NAPOLI




Ottobre 1999 – Il Ministero dei Trasporti approva l’esecuzione della tratta Soccavo-Monte Sant’Angelo della metropolitana di Napoli



Maggio 2000 – Aggiudicato l’appalto dei lavori alla Giustino costruzioni Spa che apre subito i cantieri. Dal sito Giustino Gruppo risultano eseguiti lavori per 93 milioni di euro, dato più recente


Novembre 2004 – Anish Kapoor firma il contratto per la realizzazione della stazione di Monte Sant’Angelo. Progettazione e ultimazione delle due sculture previste dall’artista anglo-indiano: 10 milioni di euro


Luglio 2005 – Anish Kapoor consegna il progetto. E’ necessaria l’ingegnerizzazione dell’ ideazione artistica perché i lavori, iniziati nel 2000, sono già ad un buon punto d’implementazione. Termine dei lavori previsto per il 2008.


Dicembre 2006 – Sospensione dei lavori per l’adeguamento del sistema di trasporto nelle zone interessate dal fenomeno del bradisismo, come previsto dalle norme vigenti


Marzo 2007 – Superati gli ultimi ostacoli burocratici si può passare alla fase di esecuzione delle due opere ma ci si rende conto che non ci sono cantieri in grado di realizzare le opere come da progetto. Bisogna procedere a nuovi calcoli matematici


Maggio 2009 – L’assessore regionale ai trasporti Regione Campania Ennio Cascetta dichiara: Se avessi sa¬puto che avere il più grande scultore del mondo ci avrebbe comportato un ritardo di tre anni non lo avrei fatto. Detto questo l’anno prossimo è pronta. Ribatte l’assessore all’edilizia del Comune di Napoli Pasquale Belfiore: Sono dalla parte di chi ritiene che la stazione di Kapoor si possa evitare. Si tratta di stabilire se si vuole una stazione con valenza artistica oppure un’opera d'arte che contiene una stazione. La macroscultura è bellissima. Ma non mi convince l’abbinamento con la funzione.


Ottobre 2010 – L’architetto britannico Amanda Levete dichiara: in Italia, lo scontro con la burocrazia mi fa letteralmente andare fuori di testa. Mi avvilisce. Amo gli italiani, ma tutti questi intoppi che si mettono fra me e il mio lavoro qui sono frustranti. Stiamo lavorando a Monte Sant’Angelo da sette anni e credo che l’opera sarà ultimata alla fine del prossimo anno. E’ un ingegnoso incontro tra arte ed architettura. Sono esaltata dal fatto di collaborare con Anish. E’ un’opera gigantesca, brutale, selvaggia dove forma e funzione si incontrano e danno luogo ad un gioco di contrasti.


Informazioni e interviste tratte da vari articoli del Corriere del Mezzogiorno



giovedì 25 novembre 2010

IGOR MARKEVIC / VLADIMIR NABOKOV

VITE PARALLELE
Igor Markevic e Vladimir Nabokov, 1961.
Da 'Il misterioso intermediario' di Giuseppe Fasanella 
 
Igor Markevic e Vladimir Nabokov, di cosa avranno parlato, in Svizzera o in posto qualsiasi, lontano dalla Russia, negli ambienti cosmopoliti delle élites illuminate? Nobiltà di sangue e nobiltà d’intelletto. Scendere al Saint James di Parigi o nella falsa Bisanzio di un albergo veneziano.

Nella foschia sull’acqua
scivola il rimorchiatore
dalle brume
le alberature, le ancore, sirene
il fischio giallo del cantiere

Esuli russi in odor di dissidenza
lasciano il Baltico
ad attenderli altre Russie oltre il tramonto
piccole, chiuse, disperate

Monsieur Vladimir
nella suite dorata di Montreux
ha perso ogni speranza di riveder la Neva
“o cielo, o cielo, ti rivedrò nei sogni”.

 

Markevic ha attraversato un secolo. Esule russo, negli anni Venti è a Parigi ed incontra tutti. Da Picasso a Coco Chanel, da Bunuel a Cocteau, di cui diviene il giovane protégé e Nijinski, di cui sposa la figlia Kyra e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Nabokov ha attraversato un secolo. Esule russo, negli anni Venti è a Berlino dove frequenta il piccolo mondo degli émigrés antibolscevichi. Nei racconti del periodo parlerà di una città “swarming with ragamuffins and here and there an urban vagabond with an early evening thirst".

Negli anni Trenta Igor e Vladimir s’incrociano in Costa Azzurra, ospiti di nobili, di artisti, di diplomatici ma con l’avvicinarsi della guerra le strade tornano a divergere. Markevic passa in Italia, a Firenze, presso Bernard Berenson e diventa figura di contatto e di intermediazione tra nazisti, alleati e partigiani. Nabokov approda invece oltre oceano. Entra nel mondo universitario e se ne va in giro per gli Usa a caccia di farfalle. La moglie salverà il manoscritto di Lolita, pronto per finire tra le fiamme.

Dopo la guerra Igor dirige orchestre in giro per il mondo, in particolare ha rapporti con l’intelligence britannico e con il Mossad. In seconde nozze sposa una nobile romana e riallaccia i rapporti con i sovietici. Assume l’incarico della direzione dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Sta perdendo l’udito e si dichiara pubblicamente filosovietico e vicino al Partito Comunista. Il figlio Oleg, che assumerà il cognome della madre Donna Topazia Caetani, studia composizione e direzione d’orchestra a Roma e a Leningrado.

Negli anni Sessanta Nabokov torna in Europa ricco e famoso. Sceglie di vivere stabilmente al Montreux Palace Hotel, sul lago Lemano e viaggia in Svizzera, Francia e Italia a caccia di farfalle. Si acuiscono i disturbi di sinestesia. Il figlio studia canto e debutta assieme a Luciano Pavarotti in La Boheme a Reggio Emilia il 29 aprile 1961.

Di nuovo ci sono occasioni per frequentarsi tra Svizzera francofona, Costa Azzurra e Italia.

Nel 1977 Vladimir muore nella sua suite sul lago, per Igor invece si apre un nuovo capitolo. Nel pieno degli anni di piombo Markevic si ritova al centro di un’altra importante vicenda, quella del caso Moro e della trattativa tra Servizi Americani, KGB, Mossad e Brigate Rosse, con probabili addentellati con la Scuola Hyperion di Parigi dove sembra tramasse il leggendario Grande Vecchio. Igor muore misteriosamente nel 1983 nel suo ritiro in Costa Azzurra.

Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the archduke's,
My cousin's, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.

 

martedì 23 novembre 2010

OLIVER STONE

WALL STREET – IL DENARO NON DORME MAI

OLIVER  STONE – 2010



Non proprio un instant movie ma quasi. Oliver Stone coglie la palla al balzo dopo il 15 settembre del 2008 e il seguente credit crunch e rispolvera il film di oltre venti anni fa aggiornandolo ai correnti tempi della Grande Recessione. Anche la colonna sonora è un sequel. Dopo vari lustri dallo storico My life in the bush of ghost Eno&Byrne tornano ad incidere canzoncine che deliziano e si intrecciano alle storie delle anime ciniche, belle, ciniche e belle della favola comunista di Stone.
Il film ha struttura ciclica, forse a spirale, dai canyon a filo d’Hudson su su fino agli attici di Manhattan e ancora più su nel cielo blu con le bolle di sapone e l’incantevole This must be the place, dove i Talking cantano ‘never for money, only for love’! Sì, questo deve essere il posto che si lascia alle spalle lo sporco denaro, la viltà di tradimenti e vendette per l’innocenza verde e pulita della nuova vita.
Ah, che meraviglia la favola bella di Stone. Il film si fa amare proprio perché è una favola e così deve essere visto, ché se ci si ferma a riflettere si rompe il fragile meccanismo/incantesimo e tutto cola a picco. E allora lasciamoci andare, seguendo le riprese alla Harry Potter tra jungle d’uffici e selve di grattacieli dove si incontrano cattivi che alla fine pagheranno mentre altri cattivi fischiettano come uccellini tra le nuvole (grande Wallach!) e scienziati pazzi illuminati e incompresi. Favola dove i padri mangiano i figli ma i figli-buoni-come-angeli poi perdonano e concedono sempre un’altra possibilità salvando così padri e madri. Tra frasi di Bob Dylan (Steal a little and they throw you in jail, Steal a lot and they make you king), feti pulsanti che sullo sfondo dei pc sostituiscono freddi bilanci aziendali, piccoli siti idealistici che sconfiggono plutocrati giganti. Non manca un omaggio a Morricone e, come nei vecchi cartoni, lo schermo che nero si chiude ‘a cannocchiale’ sullo skyline di NYC, uno dei molti ammiccamenti ironici allo spettatore. Due ore di spassoso divertimento.

domenica 21 novembre 2010

ROBERT WYATT


SCORCIATOIE DISCOGRAFICHE
1974 – 1985 – 2007



1974 - A prescindere da ciò che è successo prima. Le vette musicali dei Soft Machine, è chiaro, con quel momento rivelatore di Moon in June, magari nella versione eseguita per il rimpianto John Peel; il pasticciaccio della sbornia –meno male– e della caduta. Ma forse non si può non prescindere dal fatto che tutto porta al capolavoro, all’epifania, complice non solo Canterbury ma anche Venezia. E l’amore coniugale, si sopravvive a tutto, si distrugge il distrutto per ricostruire a intarsi la copia fedele dell’innamorarsi. Ed è Rock bottom. Un miracolo. Rock bottom è il monumento, la vera opera rock ‘progressivamente’ intesa. È il compimento, l’arrivo dei dieci anni che sconvolsero il mondo. La fusione perfetta di musica colta bianca e nera pronta per un pubblico molto più vasto rispetto a sperimentazioni ‘alte’ e quindi non ‘pop’ ma d’élite.
Con Rock bottom, l’abisso, il fondo toccati sono un vertice, il perfetto approdo, lo snodo che chiude un’epoca. Dopo di esso si aprirà un’altra fase e Robert sarà ancora lì, a dire la sua con quella voce improbabile ma irrinunciabile.

1985 - Old rottenhat è la proiezione speculare di Rock bottom. Nel periodo che separa i due dischi, musicalmente parlando, non c’è molto da segnalare. Altri i fatti importanti: incontri, collaborazioni, soprattutto l’impegno politico e il consolidarsi di un’aura che fanno di Robert una figura di riferimento per le menti migliori della nuova generazione. Le illusioni sono crollate e i Settanta si chiudono con la lady di ferro al potere. È l’inizio ufficiale del neoliberismo. Robert tra sconforto ed alcol, tra comunismo e new wave coglie nuovamente lo spirito dei tempi. Prosciuga la vena gonfia di rabbia e carica vitale che aveva portato a Rock bottom e fa uscire un album minimalista, l’esatto obbosto del capolavoro del 74. Voce e testi in primo piano. Tastiere congelate e drum machine, linee melodiche modulate per impercettibili variazioni che però catturano e colgono nel segno. Come è un segno che il disco scivoli via, quasi inosservato, ma Robert è lì, attento a fiutare quello che gira intorno. E il tempo gli darà ragione, come sempre.


2007 - Nel frattempo è successo di tutto. La globalizzazione per Robert si declina in internazionalismo localista. Il suo sguardo – e orecchio – è pronto a riconoscere i sussulti di resistenza che provengono da luoghi desueti per la cultura rock generalmente intesa. In particolare è il mondo latino ad interessarlo, anche per l’amore per la Spagna,frequentata fin dall’infanzia, con quel carico di passioni che la guerra civile e la lirica spagnola hanno lasciato negli intellettuali inglesi del Novecento. L’Operacomica è, ancora una volta, il frutto bello e maturo di stagione. Anche se Comicopera ha ben poco di comico. Si respira la polvere della guerra, perché dal 2001 siamo in guerra e tre sono i filoni che il disco segue. Uno è quello della guerra appunto. Ci sono conflitti, bombe, brandelli di corpi che inevitabilmente portano a cercare conforto negli affetti familiari che costituiscono l’altro filone seguito. Vi è poi lo spazio per la speranza utopica e un po’ rassegnata del guardare a momenti passati di rivoluzione. I tre atti di Comicopera lasciano ancora una volta una traccia profonda e piacevole da seguire.

venerdì 19 novembre 2010

ALDO MORO / SERGIO FLAMIGNI

CONVERGENZE PARALLELE
SERGIO FLAMIGNI – 1998
 
Autodidatta, partigiano, senatore PCI, Flamigni fa parte delle Commissioni Parlamentari più delicate della I Repubblica. Dal suo osservatorio privilegiato compie un’azione civile e di pubblica utilità mettendo a disposizione le conoscenze acquisite in anni di indagine appassionata. (http://www.archivioflamigni.org/)
In questo Convergenze parallele viene esaminato il Caso Moro con puntigliosità archivistica. Il clima nazionale e internazionale che fa da cornice al sequestro, dagli anni Sessanta alle vicende più recenti del pentitismo brigatista è analizzato attraverso le fonti, puntualmente citate in nota. Dal voluminoso materiale studiato da Flamigni emerge un quadro inquietante e incredibile entro il quale si è andata svolgendo la storia repubblicana italiana. Nello specifico, oltre a Moro, in questa coinvolgente inchiesta, si delineano le figure di Moretti, Cossiga, Pecorelli, le verità dei qual resteranno probabilmente nascoste ancora a lungo.
Il cuore del libro, che è anche la tesi sostenuta dal senatore Flamigni, è ben riassunto in questo brano a pagina 178 dell’edizione Kaos, casa editrice coraggiosa e troppo poco conosciuta:
“Viene colpito Moro per stroncare la politica del compromesso storico e la politica morotea di apertura al PCI, strenuamente avversata dalla amministrazione americana, dalla nomenclatura sovietica, dagli ambienti Nato, dai governi tedesco, francese e israeliano, e in Italia dalla massoneria piduista e dalla destra DC.”
Un’unica critica al libro è che si tratta di una visione, anche se ben argomentata, inevitabilmente di parte. Flamigni assolve il PCI e il ruolo da esso avuto nel supportare la DC nella ‘fermezza’ dimostrandosi più realista del re, quando invece Craxi e altre personalità cattoliche portavano avanti l’ipotesi della trattativa.
Ma il libro è comunque un macigno scagliato contro un’intera classe politica che non ha minimamente pagato delle responsabilità avute tanto che Cossiga ha potuto portare a compimento il suo cursus honorum fino alla carica più alta, quella di Presidente della Repubblica e se ci sono alla fine di questa storia altri vincitori, la P2 è senz’altro tra di essi.

giovedì 18 novembre 2010

TOMMASO LANDOLFI

TRE RACCONTI

TOMMASO LANDOLFI – 1963

1963, Tommaso Landolfi si trova con la famiglia nel Ponente ligure e aderendo alla cornice autobiografica compone questi tre racconti “sanremesi”. Tre variazioni sull’amore che costituiscono uno dei punti più alti della letteratura italiana del Novecento.
Qui Landolfi raggiunge, nel formato del racconto, un equilibrio perfetto tra forma e contenuto, tra profondità argomentativa e stile espressivo.
Il tema è come si è detto l’amore. Un amore declinato in un anticlimax provocatorio secondo le tipologie della follia, della passione e dell’indifferenza.
Anche la voce narrante si modula secondo una variazione dal primo all’ultimo dei tre “movimenti”. L’io narrante maschile del racconto iniziale “La muta” non ha un interlocutore. Nel successivo “Mano rubata” c’è invece un dialogo tra il narratore e la protagonista femminile. Nel conclusivo “Gli sguardi” ci sono invece due narratori nella forma di pagine parallele di diario, cosicché abbiamo due punti di vista interni contrapposti, completando un gioco di voci mirabilmente differenziato.
Le suggestioni sono molteplici. Landolfi e la sua misoginia antidemocratica sfoggiano una concisione tagliente e allucinata, di un allucinato come sempre, sprezzante e lucidissimo. Esemplare al riguardo il seguente brano: “Le responsabilità sono di chi se le prende, di chi le sente come tali, laddove io non ho mai sentito niente di simile nei confronti della famiglia, degli altri in generale e in ultima analisi di me stesso. Per la via della responsabilità si arriverebbe al famigerato rispetto per se medesimi e, chissà, forse anche della democrazia: ci mancherebbe altro!”.
Si respira aria di grande letteratura, da Dostoevskij a Poe, da Nabokov a lumeggiature della Dolce vita più acre, quella di Ennio Flaiano.


Edizione BUR fuori catalogo con una acuta introduzione di Carlo Bo, finissimo lettore delle opere di Landolfi. I ‘Tre racconti’, dopo la iniziale edizione Vallecchi del 1964, sono stati riproposti nella PB Adelphi con l’utile nota al testo di Idolina Landolfi.

BILLY WILDER

THE LOST WEEKEND
BILLY WILDER - 1945


Skyline di New York. La macchina da presa ruota da sinistra verso destra, inquadra la finestra aperta di un palazzo. Fuori,  appesa ad un filo penzola una bottiglia, dentro si vede un uomo che prepara una valigia. In un’inquadratura si concentrano i tre nuclei attorno ai quali ruota il dramma: Don Birnam,  l’alcol e la città. Dramma sociale, quindi, che narra la disperata discesa agli inferi del protagonista e la sua risalita in superficie dopo aver superato un climax di esperienze che vanno dall’umiliazione all’orrore del delirio tremens, dall’annullamento degli affetti fino alla prospettiva del suicidio. Risalita in superficie, lieto fine dunque, con l’ultima sequenza che ribalta la prima: la macchina da presa inquadra dall’esterno il solito interno con Don e la sua donna-salvatrice, rotazione  da destra verso sinistra a fermarsi sui grattacieli della città. Il dramma si chiude circolarmente da dove era iniziato, lasciando supporre uno sviluppo fuori quadro di vita coniugale e lavorativa. Lo scrittore infatti porterà a termine il libro che descriverà la sua esperienza di alcolista alla quale abbiamo appena assistito.
Il film si svolge  durante un weekend che Don e suo fratello avrebbero dovuto trascorrere in campagna per iniziare un periodo di disintossicazione. La ricaduta di Don  fa saltare il programma e attraverso una serie di flash back viene ricostruito tutto il percorso della dipendenza. Si intrecciano così due tempi, il tempo della esperienza passata che è ricordo e racconto,(è Don che narra la sua storia al barista) e il tempo effettivo, il weekend dalla mancata partenza al ritorno alla vita. L’arco di tempo complessivo è di circa tre anni, e l’inizio coincide con l’incontro con Helen. I due personaggi sono antitetici e rappresentano un dicotomia che ha un ruolo fondamentale nel film. Se Helen viene da una cittadina dell’Ohio, è di buona famiglia borghese, lavora al Time e crede nei valori forti dalla società americana, Don vive a New York, la grande città dalla quale bisogna allontanarsi per poter guarire, non lavora, non ha denaro ed è fondamentalmente un solitario. Gli unici contatti possono essere il barista e la prostituta, con i quali vige il rapporto economico di scambio, anche se questo sembra valere solo per Don: il barista infatti porterà la macchina da scrivere che gli  permetterà  di scrivere e di redimersi; Gloria dà del denaro a Don, ribaltando la direzionalità dello scambio cliente-prostituta.  L’antagonismo dei due caratteri principali si riflette nella contrapposizione tra città, luogo di tentazioni,  e campagna, dove sarà possibile la salvezza. Don, solo, si perde nella città e durante questo perdersi torna il Wilder realista di Menschen am sontag. Girate in esterni, le scene ci conducono con il protagonista in una New York lontana dagli stereotipi, fatta di sopraelevate, di quartieri anonimi e di banchi dei pegni, inesorabilmente chiusi per la festività dello Yom Kippur. Realismo, anche di contesto, ma Wilder inserisce un’altra matrice culturale, fondamentale per lui ebreo tedesco: l’espressionismo, sia leggero, da commedia, che nero, da dramma. Uniti essi si trovano nella lunga sequenza del teatro, con il contrasto fatto di campi alternati tra la rappresentazione gioiosa sul palco e l’angoscia dello spettatore, che giunge ad avere una visione di impermeabili vuoti che ballano con in bella evidenza la bottiglia nella tasca. Altra visione, non suscitata dal desiderio ma che porta al culmine della sofferenza è il delirio allucinatorio della lotta tra topolino e pipistrello. Climax visionario con accompagnamento  sonoro avente funzione psicologica, la scena del delirium tremens è la conclusione di un crescendo che aveva già avuto un momento topico nella clinica per alcolisti. Ma si potrebbero citare altri episodi, in quanto il film è costruito come un accumulo di nodi esperienziali successivi.  Due particolari, tra i tanti,  che testimoniano la grande finezza e maestria di Wilder: il tocco che ripetutamente fa Gloria sul collo di Don e il cerchio che lascia il bicchiere sul bancone;  la profondità di campo con la quale si colgono contemporaneamente in messa a fuoco multipla Don nella cabina telefonica in primo piano, i genitori di Helen in campo medio e all’estremità del campo Helen che parla al telefono con Don. Geniale