cinema

mercoledì 31 dicembre 2014

BEST MUSIC 2014

PLAYLIST DI FINE ANNO - 2014





Le uscite musicali del 2014 non sono state esaltanti. Dando un’occhiata alle playlists di fine anno delle più importanti testate musicali, album dell’anno è senz’altro Lost In the Dream di The War On Drugs, di cui non sentiremo più parlare. Le seguenti sono invece le mie scelte musicali delle quali non solo non se ne sentirà parlare ma, per la maggior parte di esse, non se ne parla proprio.

Disco dell’anno: The Night Is Young, The 2 Bears

Best Songs:

1. Witness, Brian Eno / Karl Hyde

2. Lampedusa, Toumani & Sidiki Diabaté

3. Drinking from the River, Steven James Adams

4. Can’t Do Without You, Caribou

5.  La fine di uno scarafaggio, il Rondine



Witness, Eno / Hyde

Well Well Well Well Well Well Well Well
Between One-Two Am
I Miss You I Miss You
Again And Again And Again

You Used To Be Magnificent
Luck Pours Out Of You
Streets Go Dark And Dirty
All The Cracks Come Out To Dance And Play Tonight
 
Lost In All And In Their Eyes
Everybody Wants You
Gathering Around Your Sun And Moon
Your Sun And Moon

Did You Ever Dream The End Of The World, Watching Everything You Love Slip Beneath The Fun
Did You Ever Witness

Jungle Tiger Numbers Diamonds Voltage Hello Clouds Fire Summer Night Gloss Niceness Dreaming Bush Silence Cars Dancing Chess Landscape Irons Sun Moon Drums

Did You Ever Lose Your Faith For A Day
Seeing Everything Slip Away

Did You Ever Take A Ride
Or A Ride A Ride A Ride
Along The Road Taken All Your Life
 
Only To Find It Didn't Go To The Place You Thought It Would Arrive

Well Well Well Well Well Well Well Well
Between One-Two Am
I Miss You I Miss You
Again And Again 





venerdì 26 dicembre 2014

PETROLIO

IL PREZZO DEL PETROLIO


Quali sono le intenzioni dell’Arabia Saudita? Gli sceicchi sauditi detengono le più importanti risorse/riserve di idrocarburi del pianeta e sono loro che comandano in un’ OPEC che sta perdendo quote nel mercato mondiale del greggio.

Oggi l’OPEC fornisce una quota pari al 40% del mercato globale, in discesa rispetto all’oltre 50% di qualche tempo fa. Nonostante il ridimensionamento, non c’è dubbio che il ministro del petrolio saudita, Ali al Naimi, sia di fatto colui che stabilisce le politiche dell’ancora potente cartello dei paesi esportatori. E Ali al Naimi, all’ultima riunione OPEC del novembre scorso, ha imposto di non tagliare la produzione, innestando un continuo ribasso del costo del petrolio, sceso sotto i 60 $ al barile.

Sono in molti a sedere al tavolo da gioco, difficile capire quali siano le carte in mano ai vari giocatori. Tra gli OPEC, chiara è la posizione dei sudamericani e degli africani.

Il Venezuela ha un indebitamento eccessivo che avrebbe bisogno di un petrolio ad oltre 150$ per non aver problemi di sostenibilità del proprio bilancio. Ancora qualche mese agli attuali livelli e mantenere il potere, per Maduro, potrebbe diventare un serio problema.

La Libia è quasi un ghost-state in cui non si sa quello che accadrà il giorno dopo e chi ricopre attualmente ruoli decisionali ha tutto l’interesse a incassare subito valuta estera.

La Nigeria è un mix dei due stati precedenti. Ha problemi di debito e l’unità statale è messa in discussione dagli integralisti del Nord del Paese. Ha assoluto bisogno di denaro e spinge anch’essa per un taglio della produzione.

I ‘piccoli’ del Golfo, nel breve periodo, non hanno grossi problemi. Bilanci stabili, hanno accumulato ampie riserve in oro e valute forti quindi possono permettersi di stare al gioco dell’Arabia Saudita.

Più complessa la situazione di Iraq e Iran. Qui entrano in gioco diverse variabili quali l’ISIS, i curdi e il ruolo dei moderati sunniti iraqeni e il loro rapporto con gli sciiti di entrambi i paesi. Delicata la posizione dell’Iran, colpito dalle sanzioni ma anche per questo meno vulnerabile perché ha riserve che non sa a chi vendere, quindi per Teheran il problema del prezzo del petrolio è al momento secondario rispetto ad altre priorità come quella di rientrare in scena, magari proprio grazie all’ISIS.

E l’Arabia Saudita? Mantenere stabile la produzione e puntare sul ribasso dei prezzi ha, nel medio periodo, innegabili vantaggi per gli sceicchi di Ryad:

non perde quote di mercato in un contesto in cui, grazie ai forti investimenti degli anni scorsi, è aumentato il numero dei potenziali concorrenti per l’approvvigionamento;

→ mette in crisi il principale competitor non-OPEC, la Russia e gli effetti del petrolio a basso prezzo si sono subito fatti vedere a Mosca. Senza considerare che il costo di estrazione del petrolio russo è molto alto e quindi necessita di un prezzo al barile ben superiore di quello attuale;

→ tiene sotto scacco il rivale storico, l’Iran e se non intervengono fattori esterni rispetto all’energia (vedi nucleare e ISIS) con il prezzo intorno ai 60$ nessuno è interessato al petrolio invenduto degli ayatollah;

→ può continuare a tenere una condotta ambigua nelle relazioni con gli USA. Se da un lato la posizione dei sauditi indebolisce tre ‘nemici’ degli USA (Russia, Iran e Venezuela), dall’altro però può mettere in crisi l’utilizzo degli shale oils, per i quali sono stati investiti ingenti capitali negli anni scorsi e che stanno riportando gli USA verso l’autosufficienza energetica ma che un prezzo così basso li renderebbe non competitivi.

Per quanto tempo i sauditi riusciranno a guidare il gioco?




lunedì 22 dicembre 2014

BEST MOVIES 2014

COSA MI É PIACIUTO AL CINEMA


Over your cities, Anselm Kiefer a Barjac in Linguadoca


A proposito dei film visti quest’anno, breve bilancio provvisorio. L’anno si era aperto alla grande con due film poco apprezzati dalla critica che a me sono piaciuti molto. Ma ad essere sincero, secondo il sacrosanto principio della critica preventiva, mi sarebbero piaciuti anche senza vederli. Si tratta di The Canyons e The Counselor. Sono film ‘di coppia’ molto scritti. Nel primo ci hanno messo le mani Paul Schrader e Bret Easton Ellis (3,9/10 per IMDB!), nel secondo Ridley Scott e Cormac McCarthy (5,4/10). Quattro nomi che non possono non lasciare segni. E di segni ne lasciano molti.

Come ne lascia il documentario che la sempre più brava Sophie Finnes dedica ad Anselm Kiefer. Dopo averlo inseguito a lungo, sono riuscito a vedere solo quest’anno sul grande schermo Over Your Cities Grass Will Grow (6,9/10 su IMDB). All’interno della città-atelier dell’artista tedesco nel Sud della Francia, si vedono nascere capolavori.

Bella, brava e ottimamente diretta Scarlett Johansson in Under The Skin (7,9/10 per Rotten Tomatoes). Jonathan Glazer torna allo splendore dei video dei Radiohead.

Recitazione da oscar per Jake Gyllenhaal in Nightcrawler (76/100 per Metascore).

Ci sarebbe dell’altro – non molto –  ma bastano questi cinque titoli. Resteranno nell’archivio della memoria le immagini delle sale cinematografiche in diroccato abbandono in apertura di The Canyons e i dialoghi (grande Cormac!) di The Counselor



É assodato che la vita non procede per riportarti indietro. Tu sei il mondo che tu stesso hai creato e quando cessi di esistere, quel mondo che hai creato si spegnerà con te. Ma per coloro che sono sicuri di vivere la fine del mondo, la morte acquisisce un altro significato. L’estinzione di tutto il reale è un concetto che nessuna rassegnazione può includere. E poi, ogni grande aspettativa e ogni grande progetto si manifesteranno per quello che sono. Ma ora, Counselor, devo andare, ho da fare altre chiamate. Se trovo il tempo, mi farò una dormita”.

Il futuro dei cinema?


Jonathan Glazer come Bill Viola

mercoledì 17 dicembre 2014

ANDREJ BELYJ

PIETROBURGO
ANDREJ BELYJ - 1913



Già l’oggetto-libro, di per sé, vale l’acquisto, anche solo per guardarlo e tenerlo tra le mani. La casa editrice Adelphi compie un’opera meritoria, di quelle che fanno cultura, ripubblicando il romanzo Pietroburgo di Andrej Belyj, uscito nel 1961 da Einaudi, curato da Angelo Maria Ripellino.

Non solo il romanzo è un capolavoro ma anche la traduzione del grande slavista è un esercizio di tale bravura da costituire a sua volta un magistrale uso della lingua italiana, vicino a quella lingua che negli stessi anni scrittori come Gadda, Landolfi, Savinio e Longhi si divertivano a reinventare. Ripellino dedica anche un saggio-introduzione al romanzo qui riproposto. Perfetta la scelta di Rodčenko, un Rodčenko molto prossimo a Malevič. 

Personalmente mi sono avvicinato a Pietroburgo attirato proprio dall’oggetto-libro ed ho cominciato a leggerlo senza avere alcun ragguaglio né sull’argomento né sull’autore che non fossero le informazioni ricavate dagli amati Nabokov e Mandel'štamoltre all’esiguo carteggio tra Florenskij e lo stesso Belyj.
  
La lettura è stata una magnetica sorpresa. Pietroburgo è un vortice, una sinfonia in cui il testo si trasforma in spartito. Giunto alla fine, stordito da tanta potenza, ho letto il saggio di Ripellino che subito mi ha spinto ad iniziare di nuovo il romanzo. A seconda lettura il piacere è stato immenso. Non essendoci più la componente sorpresa, ne ho gustato ogni riga, ogni sfumatura.

Devo dire che nella mia esperienza di lettore non era mai accaduto di divorare un ‘romanzo in prosa’ una volta di seguito all’altra. Proprio come per le opere musicali, per comprendere le quali sono necessari vari ascolti per apprezzare al meglio i segreti della partitura o come per le opere di poesia per cui bisogna ripetere molte volte e ad alta voce il testo, Pietroburgo si assapora per assaggi successivi. E come per una partitura si succedono ed intrecciano leitmotiv, frasi, moduli espressivi che tornano e ritornano, uguali o variati a seconda dei punti di vista.


Si può parlare di scrittura simbolista, futurista, cubista. Si può parlare di realismo ottocentesco contaminato dal suprematismo, di nichilismo mistico, di reinvenzione della grande tradizione russa. Le etichette non servono. Serve la lettura, per lasciarsi scivolare dentro al gorgo, per farsi “agglutinare come uova di pesce” nell’alone magico dei personaggi, della topografia pietroburghese, delle invenzioni linguistiche.


lunedì 8 dicembre 2014

ARDENGO SOFFICI

MUSEO SOFFICI
POGGIO A CAIANO


Trasporto funebre - 1910
Secondo dopoguerra inoltrato,  a settantotto anni Ardengo Soffici sembra ancora impregnato di fascismo. Nell’intervista televisiva del 1957, vista al Museo Soffici di Poggio a Caiano, in doppio petto, i pugni serrati ai fianchi, la mascella ancora volitiva e il cranio calvo: sembra il Duce. Eppure il suo toscano da studio e da osteria affascina.
Nato nel contado fiorentino nel 1879, ventenne se ne va a Parigi e lì per quasi otto anni fa l’artista insieme ad altri artisti (Picasso, Apollinaire, Derain..): la solita Bohème. Torna in Italia e vi porta Cézanne, il post-impressionismo,  il cubismo. I tempi sono buoni per aderire al futurismo.
Intorno al 1912, a casa di Palazzeschi a Firenze, si incontrano Marinetti, Boccioni, Carrà, Papini e Soffici. Sta nascendo Lacerba e Ardengo è un compulsatore di avanguardie. Dipinge, verseggia, teorizza: “razzi, paradossi, immoralismi, libertà…”, per citare Papini. Nel 1915 va alle stampe Simultaneità e chimismi lirici, che contiene versi notevoli:

“Non c’è più tempo
Lo spazio
È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo:
Ogni cosa è presente”  (Arcobaleno);

“Si cammina sulle immondizie,
Sui gatti assassinati
E i capelli,
Accanto alle porte inchiodate dei bordelli” (Firenze)

“On a trop répété cette parole: Je t’aime,
In tutte le lingue;
Queste centinaia di libri in fila
Ripugnano come cadaveri di vecchi amici;
Il solo Stendhal si può leggere ancora
Nella poltrona a fioroni, tra il tè e la macedonia.” (Atelier).

La sua è una posizione di intermediazione tra la rottura futurista di un Marinetti e la tradizione di certi vociani.

Anche in pittura Soffici trae spunti dalle tendenze in voga a Parigi e le propone al provinciale pubblico fiorentino. Non è un genio, come credeva di essere ma ha il tocco felice. Belli sono certi paesaggi in cui il colore è scabro, con la materia pittorica quasi gettata e poi grattata dalla tela o altri, al contrario dove il colore s’infiamma.

Dopo la stagione di Lacerba Soffici farà scelte politiche che lo porteranno ad aderire al Fascismo e scelte artistiche sempre più di retroguardia. Se la produzione lirica è ormai priva di ogni interesse (“squallidi documenti”, secondo Sanguineti), forse si salva quella pittorica, con alcune opere degli anni Venti e Trenta ancora di un certo livello. Ma gli anni fino alla Grande Guerra sono stati, per Soffici, begli anni, che la critica posteriore ha giudicato un po’ troppo severamente.

La potatura - 1907


Tramonto a Poggio a Caiano - 1925

venerdì 5 dicembre 2014

NIGHTCRAWLER

LO SCIACALLO - NIGHTCRAWLER
DAN GILROY - 2014


Lou Bloom è un personaggio da mettere accanto a Travis Bickle di Taxi Driver, ben sopra a James Ballard di Crash. Il notturno Nightcrawler è da mettere accanto ad altri film notturni come Collateral e Drive. Siamo insomma a livelli molto alti. Il per me antipatico Gyllenhaal qui si supera e aderisce superlativamente al viscido – a dir poco –  protagonista. Lou Bloom non solo è viscido ma è anche più glaciale di Stéphane di Un coeur en hiver e inappuntabilmente razionale. Una razionalità che l’attore riesce a declinare verso l’insanità e la disfunzionalità.
   
Il regista Dan Gilroy, è sì al primo film ma ha alle spalle una discreta esperienza come sceneggiatore e questo è ben evidente da come abbia lavorato sul personaggio principale. Nightcrawler è innanzi tutto un character movie, in cui Gyllenhaal è presente dalla prima all’ultima inquadratura e praticamente ‘fa’ il film.

C’è una storia, ovvio, e c’è un messaggio ma quest’ultimo, in particolare, è abbastanza scontato: il cinismo dei media e la legge dell’audience conditi con l’assenza di principi etici e deontologici. Ma questo lo accettiamo tranquillamente di fronte al lungo momento clou del film, diviso in due parti, la villa e il ristorante con l’appendice dell’inseguimento.

Altro punto di forza del film è la fotografia, diretta dall’esperto Robert Elswit, oscar per There Will Be Blood. Qui è una Los Angeles dalle mille luci e dai mille schermi che nelle immagini dei titoli di testa rimanda alle visioni notturne di Edward Hopper, ben sottolineate dalla musica di James Newton Howard. Che dire di più quando un film è ben scritto, ber girato, ottimamente interpretato e che riesce a tenere incollati davanti allo schermo?


Per la cronaca, Nightcrawler in inglese significa ‘colui che di notte si insinua’, ‘qualcosa di strisciante che di notte, silenziosamente, penetra in un ambiente’.  Qualcosa di più di uno sciacallo, come è stato tradotto in italiano. 

mercoledì 26 novembre 2014

DINO CAMPANA

CANTI ORFICI - 1914





Un secolo fa il tipografo Bruno Ravagli in Marradi dava alle stampe il volumetto di prose e versi Canti orfici del compaesano Dino Campana. L’allucinato poeta della Romagna toscana era reduce da una sfortunata missione a Firenze dove aveva cercato di contattare gli artefici di Lacerba, Papini e Soffici.

A tal proposito c’è la testimonianza di Soffici sul primo incontro con il poeta. I due illustri fiorentini si trovavano presso la tipografia Vallecchi quando si imbatterono in un giovane. “Ci disse che si chiamava Dino Campana, che era poeta e venuto appositamente a piedi da Marradi per presentarci alcuni suoi scritti, averne il nostro parere e sapere se ci fosse piaciuto pubblicarli nella nostra rivista.[..] Campana tirò allora fuori di tasca un vecchio taccuino coperto di carta ruvida e sporca, di quelli dove i sensali e i fattori segnano i conti e gli appunti delle loro compere e vendite, e lo consegnò a Papini". Il racconto di Soffici continua. “Il nostro nuovo amico tremava come una foglia e si soffiava nelle mani, ridendo nervosamente tra una soffiata e l’altra. All’improvviso ci salutò e sparì di passo lesto”.

C’è da notare una certa sufficienza nel racconto del pittore-poeta nei confronti del giovane sconosciuto. Sufficienza che si sarebbe manifestata nello ‘smarrimento’ del vecchio taccuino da sensale che Campana gli aveva lasciato. Fatto sta che qualche mese dopo, il poeta di Marradi chiede a Soffici la restituzione del manoscritto, di cui non aveva altra copia. Soffici risponde di non trovare più il taccuino e molto candidamente dichiara: ”in un trasloco il libriccino era andato confuso nel gran sottosopra. [..] Pensavo del resto che la cosa non fosse di grandissima urgenza”.

Dino Campana scrive per il manoscritto anche a Papini, che a sua volta ha qualcosa da raccontare: “Gli risposi che non avevo nulla di suo. Mi riscrisse, allora, una lettera furibonda nella quale mi annunciava che sarebbe disceso a Firenze ‘con acuminato coltello’ per riavere, con le buone o con le cattive quei suoi preziosi scritti”. Dopo l’infausta vicenda fiorentina del dicembre del 1913, Dino Campana riscrisse a memoria i Canti orfici per farli pubblicare nella sua Marradi nella primavera del 1914. Va ricordato che il taccuino originale rispuntò miracolosamente nel 1971, trovato dalla vedova di Soffici, proprio tra le sue carte…

Ho riletto i Canti orfici parecchi anni dopo una prima lettura giovanile che mi aveva molto impressionato. La delusione è stata cocente. I versi  sono una serie di visioni dove la presenza dell’io lirico è ossessiva e delirante. Vi è il ricorso ad una eccessiva aggettivazione cromatica. Si sprecano i bianco, rosso, blu, viola con i relativi rafforzativi o attenuativi tra i quali spicca per ricorrenza ‘pallido’. Altre frequenti parole-chiave sono ‘sogno’, ‘ricordo’, ‘feroce’, ‘barbaro’. Il tutto condito da un estetismo decadente e simbolista in cui si evidenziano le influenze di Carducci, Pascoli e D’Annunzio, tra gli italiani e di Baudelaire e Nietzsche tra gli stranieri. D’accordo, c’e l’impressionismo del verso libero, c’è la rottura rispetto alle forme chiuse, ci sono i richiami espliciti alle prostitute e alla Bohéme maledetta ma il risultato poetico è piuttosto esile e ripetitivo.

Nonostante l’atteggiamento a dir poco fastidioso di un Papini, il critico aveva letto giusto quando, a proposito dei Canti orfici, asseriva: “Alla fortuna dell’opera di Campana hanno contribuito, anche, ragioni esteriori: il ricordo della sua vita errabonda e misteriosa; il suo finale inabissamento nella follia”.

Di questa rilettura di Campana ho comunque apprezzato alcuni aspetti. Il parentetico sottotitolo in tedesco “Die Tragoedie des letzten Germanen in Italien” con la dedica a Guglielmo II imperatore dei germani. L’epigrafe in chiusura di raccolta con alcuni versi di Walt Whitman. E, in modo particolare, la citazione, dal romanzo del 1902 Gli dei risorti, dello scrittore russo D. S. Merežkovskij. A tal proposito, guarda il caso, in questi stessi giorni sto leggendo un saggio su Pavel Florenskij in cui si fa riferimento allo stesso scrittore citato da Campana, attivo nei circoli simbolisti russi di inizio Novecento.


I virgolettati sono tratti da A. Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria, Vallecchi 1931 e G. Papini, Autoritratti e ritratti, Mondadori, 1962


Ardengo Soffici, I giocatori - 1909



Frutta e liquori - 1915

martedì 18 novembre 2014

GODDARD&RUNDELL

THE 2 BEARS
THE NIGHT IS YOUNG - 2014



Joe Goddard&Raf Rundell, in arte The 2 Bears, vogliono divertirsi. Vanno sul palco travestiti da orsi e producono musica che diverte. Comporre canzoni per i club danzerecci di Londra non significa automaticamente fare della musica dozzinale, ripetitiva e martellante. Già con il primo albun, Be Strong, il duo ci aveva deliziato con pezzi orecchiabili, ballabili, dai testi con sfumature leftist ma anche provocatoriamente banali. Il risultato era un album riuscito a metà, forse realizzato in fretta con dell’inutile materiale di riempimento.

Sono trascorsi più di due anni e i due hanno lavorato per fare le cose in maniera più professionale ma sempre mantenendo come obiettivo quello di divertire in modo intelligente e, a loro modo, impegnato. Alla Matt Johnson The The o alla Mattafix. Si potrebbe dire che ci stanno prendendo gusto e quella che poteva essere una goliardata con questo secondo The Night Is Young diventa una cosa seria. 

Goddard&Rundell continuano a fare electrodance ma il genere va ormai decisamente stretto a definire le tredici nuove tracce, per oltre un’ora di musica. Con tanto materiale facile cadere di livello invece il disco tiene, tranne per un solo episodio. Sorprende, ma non più di tanto, la virata ‘world’, già percepita in qualche episodio di Be Strong. Il disco è in parte registrato in Sudafrica e si sente. Sapori africani sono presenti in molte delle canzoni, basta citare la bellissima title-track o Son Of The Sun. Ma c’è anche l’urban reggae di Money Man o Run Run Run con le percussioni quasi tribali. Intendiamoci, The 2 Bears non fanno misica avant-guard o sperimentale, fanno dance che pesca dai Tavares alle produzioni di Curtis Mayfield dei ’70 o dalla Detroit Techno degli anni Novanta che suona però inconfondibilmente contemporanea. L’esatto opposto del copia-incolla dei Daft Punk.


Insomma, The Night Is Young è un disco che mette di buon umore. È il mio disco dell’anno.

Joe e Raf

mercoledì 12 novembre 2014

BÉLA BARTÓK

MUSICA PER ARCHI, PERCUSSIONI E CELESTA - 1936

Bartok con la figlia - 1916

Circa venti anni fa l’amico Guido mi regalò i sei quartetti per archi di Béla Bartók. Li ascoltavo nella vecchia casa di famiglia, di fronte ad una finestra rivolta a nord est che dava sui tetti delle case vicine e, sullo sfondo, su una porzione di ripide colline verdi di pini e di ontani. Oppure mi accompagnavano nei tragitti in macchina per andare al lavoro. A quel tempo facevo quasi tre ore di viaggio, tra andata e ritorno, attraverso paesaggi incantati. Quei viaggi durarono per oltre sei mesi e i quartetti di Bartók erano tra gli ascolti più frequenti. Inevitabilmente il compositore ungherese è legato a Guido, che già da molto tempo non c’è più, alle colline viste dalla finestra e ai lunghi tragitti solitari. Da allora, se non occasionalmente, non ho più ascoltato Bartók. E ancora per caso, mi sono imbattuto, mentre stavo lavando i piatti, in una trasmissione radiofonica dove un competente ed appassionato conduttore guidava all’ascolto della Musica per archi, percussioni e celesta composta da Bartók nel 1936. È stata una folgorazione.

Definire questa musica onirica è fin troppo banale ma l’ascolto equivale ad una discesa, quasi ad una caduta, nell’immaterialità di costruzioni mentali angosciose. Questa è la sensazione che si prova al primo ascolto, dove colpiscono soprattutto il crescendo e la successiva improvvisa serie di salti discendenti del primo movimento; il piano usato come percussione e i pizzicati nel secondo movimento; lo xilofono e gli archi strazianti del terzo movimento. Tre movimenti che contribuiscono alla costruzione di un’atmosfera notturna da incubo,  che si scioglie con lo sfrenato, liberatorio, quarto movimento.

Grazie alla guida del compositore Luca Mosca, si entra facilmente nella complessa struttura dell’opera. Si riesce così a comprendere quanto essa sia giocata su un numero limitato e ripetitivo di cluster formati da frasi semplici che ritornano in fugati, a canone, eseguiti al contrario in una successione di simmetrie e variazioni che attraversano tutti i quattro movimenti, spesso seguendo schemi a chiasmo o esecuzioni per intervalli rovesciati. Questo andamento a ritroso, queste alternanze recto/verso mi hanno fatto pensare alle teorie di Pavel Florenskij sul tempo rovesciato nel sogno.


Dopo l’ausilio della guida, gustare la Musica per archi, percussioni e celesta si sta rivelando un’esperienza emozionante. Sono riuscito ad ascoltare le interpretazioni di Karajan, Boulez e Bernstein. Forse quest’ultima è quella che preferisco.

lunedì 27 ottobre 2014

ROBERTO BOLAÑO

2666
ROBERTO BOLAÑO - 2004
 

Ansky pensa e universi paralleli.
Solo nel disordine siamo concepibili
2666




Il protagonista invisibile, di cui conosciamo il nome, Benno von Arcimboldi, è uno scrittore tedesco. Si mettono sulle sue tracce quattro critici: un’inglese, un italiano, un francese e uno spagnolo. Le strade portano al Messico, come quelle di un sicario che braccava un presunto traditore. Il deserto e la frontiera inghiottono i destini e qualcuno, ripetutamente, affonda un pugnale in un ventre. Bastone contro mani nude, imprecazione contro oscenità. Tonante, corrotta, strafatta, la polizia messicana interviene e arresta un supposto serial killer, un tedesco con radici in riva al Baltico, un bambino che assomiglia a un’alga. Le vicende delle centinaia di pagine è impossibile riassumerle. Vi è un vertiginoso pullulare di dramatis personae ed una vasta peregrinazione che abbraccia tre continenti. Dalle capitali culturali dell’Europa al deserto del Sonora; dalle periferie afroamericane di Detroit elle maquilladoras della Frontiera ; dalla Pomerania alle Alpi Transilvaniche; dall’Ucraina al Mar di Okhotsk.

Già s’intravede l’argomento generale: l’insaziabile ricerca di un’anima attraverso le tracce esigue che ha lasciato nelle altre. A misura che i personaggi intervenuti hanno conosciuto più da presso von Arcimboldi, è maggiore in essi la consapevolezza della verità ma si comprende che non sono altro che semplici specchi. La tecnica matematica è qui applicabile: il labirintico romanzo di Bolaño è una progressione ascendente il cui termine finale è il presentito «uomo che si chiama Benno von Arcimboldi».

L’antecedente immediato di Arcimboldi è un professore di filosofia cileno in esilio; predecessore di questo professore è un ebreo askenazita fucilato dai nazisti in Ucraina; predecessore dell’ebreo è un giornalista che scrive su una rivista afroamericana di New York…


Scrittore enciclopedico di un romanzo enciclopedico, Roberto Bolaño espande Borges e lo congiunge ad Eco. 2666 è una vertigine che si protrae per un migliaio di pagine. 2666 è un gorgo letterario che inghiotte e il naufragare è dolce in questo gorgo.

Gustave Courbet, Le retour de la conférence - 1863 - originale distrutto
Gustave Courbet, L'atelier du peintre - 1855 - Parigi, Museo d'Orsay

lunedì 20 ottobre 2014

MEDIANERAS

INNAMORARSI A BUENOS AIRES
GUSTAVO TARETTO - 2011


Nei primi anni ’90  è avvenuto il passaggio dal sistema analogico al digitale che, come una fluida macchia d’olio, non ha conosciuto intralci e si è imposto a livello globale contribuendo, in maniera decisiva, ad uniformare comportamenti e stili di vita. Oggi, negli anni Dieci, gli under trenta vivono più o meno nello stesso modo. A parte sacche di preoccupante fanatismo, un ventenne ha come piattaforma esistenziale  lo stesso palinsesto, non importa se vive a Tokyo, Johannesburg o Mexico City. Ci sono le ovvie differenze dovute al censo ma relativamente ai fondamentali possiamo dire che l’omologazione sia avvenuta. 

Ho pensato a queste banalità mentre guardavo Medianeras. In questo fresco film molta importanza viene attribuita all’ambientazione. Siamo a Buenos Aires, viene detto e ridetto e soprattutto mostrato, anche in modalità scatto fotografico, come stessimo sfogliando un numero monografico di una rivista di turismo o architettura. Si insiste molto sull’unicità della metropoli ma alla fine di questa unicità resta ben poco. Le vite che la riempiono sono vite standard. Solitudine, depressione, alienazione. Niente di nuovo, solo che nel secolo scorso queste erano le cifre comportamentali di intellettuali di mezza età che facevano del vuoto un atteggiamento che diventava sempre più posa e segno di distinzione. Oggi l’età dei nuovi esistenzialisti si è notevolmente abbassata e la loro insicurezza è ormai diventata una condizione di normalità. Si vive in monolocali-scatole-da-scarpe, ci si arrangia con lavori precari, si va in piscina e soprattutto, c’è la rete. In rete si lavora, si ascolta musica, si guardano i film, si socializza.


Medianeras è tutto questo. È la storia di una ragazza e di un ragazzo dalle vite parallele le cui traiettorie si incrociano per allontanarsi e poi tornano ad essere parallele e di nuovo a convergere. Il doppio binario dura per quasi tutto il film che dopo averci felicemente sorpreso e fatto rimanere ammirati per tanta grazia, riesce a deluderci con un finale che se non può mettere in discussione quanto di buono abbiamo visto lascia però delusi. E rammaricati. Ma perdoniamo il finale al cinquantenne regista Gustavo Taretto perché subito dopo, sui titoli di coda ci delizia con un Marvin Gaye d’annata, quello dei duetti con Tammi Terrell. 


Ringrazio Franz / Ismaele per il suggerimento

sabato 18 ottobre 2014

STEVEN JAMES ADAMS

HOUSE MUSIC - 2014


Divertente il doppio senso del titolo dell’album di esordio di Steven James Adams (SJA). Non siamo in ambito dance, questa musica è proprio fatta in casa, letteralmente. Un gruppo di amici, mezzi limitati, entusiasmo e buone idee. Aggiungiamo la qualità dei musicisti, le sorprendenti doti di SJA ed ecco un vero e proprio gioiello. E quali sarebbero le doti del musicista inglese? La misura e l’ironia. Ma questo non basterebbe se non avesse anche la capacità di comporre canzoni e di cantarle e di suonarle in modo da catturare fin da subito l’ascoltatore.

Eppure non si tratta solo di orecchiabilità. Certo la sapienza di confezionare tipici brani pop è innegabile ma c’è dell’altro. Questo altro fa sì che il risultato complessivo sia superiore alla semplice somma degli addendi (voce, testi, arrangiamenti).


Niente da dire, l’apprendistato di SJA in vari gruppi ha fatto maturare nel musicista la consapevolezza di potersi cimentare come solista e questo suo esordio è convincente. Tutte piacevoli le dieci tracce  tra le quali spiccano tre potenziali hits che, per gli insondabili misteri del music business, non saranno mai hits: la matura Drinking from the River; Tears of Happiness, nel cui testo, oltre a zombies e sangue si cita perfino Kenneth Anger !; il singolo perfetto, The Volonteer. Da oltre un mese non riesco a non ascoltare questo album.

martedì 14 ottobre 2014

LA VOCE DEL PADRONE

STANISLAW LEM
GLOS PANA - 1968


La fantascienza sta stretta a Stanislaw Lem, che addirittura la sbeffeggia con parole al vetriolo, anche se, erroneamente, viene classificato come autore di SF. Nato a Leopoli quando la città rientrava entro i confini polacchi, Lem ha sempre incarnato l’altra SF, quella di oltre cortina. Il clima da Guerra Fredda trasuda dalle pagine di questo La Voce del Padrone  del 1968 che un americano non avrebbe mai potuto scrivere. Fedele alla linea e quasi un eroe in patria, sorprendentemente, in questo corposissimo romanzo Lem si avvicina ad un altro slavo che dovrebbe collocarsi agli antipodi dello scrittore polacco. Parlo di Nabokov. Nella Voce del Padrone si respira l’aria di Fuoco pallido. 

Il narratore, presunto genio cinico e un po’ viscido, racconta in prima persona la sua esperienza di scienziato chiamato a far parte di un ristretto Consiglio che deve presiedere il progetto Voce del Padrone al quale lavorano centinaia di esperti dei più svariati settori della scienza. La finalità del progetto è quella di decifrare un messaggio proveniente dallo spazio costituito da un flusso di neutrini.

Nel romanzo non c’è praticamente azione. L’interesse e anche una certa tensione è tutta creata grazie all’abilità con cui Lem utilizza competenze tecnico-scientifiche che abbagliano il lettore. Attraverso questo mimetismo argomentativo e lessicale che approda a veri e propri mirabolanti tecnicismi verbali, lo scrittore polacco imbroglia le carte e crea false piste. Oltre ai commenti e ai giudizi che il protagonista, il matematico Peter Hogarth,, esprime sui colleghi, dei quali vengono sottolineate le debolezze con perfidia comaresca, il romanzo si fa sempre più complesso e compaiono progetti paralleli e antagonisti alla Voce del Padrone a complicare il quadro.

Si giunge ad un punto in cui la cosmopolita comunità scientifica, isolata in una vecchia base nucleare nel deserto del Nevada, si sfilaccia in rivalità e personalismi che mettono in dubbio la stessa esistenza della «lettera» dallo spazio. Il protagonista si prende molto sul serio e Lem, nascosto dietro le righe si diverte a ridicolizzare, se non a demolire, non solo i vari personaggi ma l’intero sistema americano del quale pur proponendone l’efficiente e abbagliante immagine, in realtà ne mette a nudo pochezza e vanità. Soprattutto feroce Lem si dimostra contro certi elementi della cultura americana quali la psicoanalisi, il consumismo, le comunità accademiche, la casta dei politici democraticamente eletti e dei militari. “Una civiltà divaricata sul piano tecno-economico come la nostra, con un’avanguardia che sguazza nel benessere e una retroguardia che muore di fame ha già, proprio per questa sua divaricazione, una linea di sviluppo chiaramente tracciata”, riflette Hogarth

Il finale è tutto da leggere – e da sottolineare per ampi tratti! –. Qui Lem supera se stesso e se la parte centrale del romanzo incorre nel rischio di essere ripetitiva e faticosa, l’ultima parte si legge d’un fiato e lascia appagati.


La Voce del Padrone  è uscito nel 2010 presso Bollati Boringhieri con bella traduzione dal polacco di Vera Verdiani.

martedì 7 ottobre 2014

TRUE DETECTIVE

SERIE TV HBO - 2013




Louisiana, area del Delta. Atmosfera appiccicosa, sudaticcia. C’è un omicidio, probabilmente un serial killer, ci sono due detective dai caratteri opposti. C’è un’indagine federale sugli stessi detective e qui la vicenda si complica. Proprio come il corso del Mississippi in prossimità della foce, anche la storia segue rivoli diversi, meandri apparentemente morti. Il ritmo rallenta, il tempo, inteso come durata, si dilata. Il racconto entra nelle menti dei caratteri, si fa introspettivo. E ci sono i paesaggi del profondo Sud, intrisi di spiritualità fervente, di miseria e di squallore. E c’è il commento musicale, country-blues, naturalmente. 

True Detective è un labirinto, i sentieri si biforcano, tornano al punto di partenza, tracciano depistaggi circolari, catturano e innervosiscono perché il meccanismo pare che si inceppi, che lo svelamento non avvenga. E proprio quando la verità sembra vicinissima si è di nuovo riportati indietro di molte caselle.  

Guardando i primi episodi della serie TV che ha come slogan la frase “touch darkness and darkness touches you back”, già culto negli USA, ho pensato a Twin Peaks ma poi, riflettendo mi sono accorto che l’ovvio accostamento era solo di superficie. True Detective è molto più profondo e inquietante. 

Se l’omicidio che apre la serie è sì terribile ma dopo CSI potremmo definirlo standard, è l’ordinarietà dei contesti umani che disturba: la famiglia del detective ‘senior’ Marty, l’ambiente di lavoro, dei colleghi al distretto, i quartieri popolari fatti di case prefabbricate e roulotte, i bar e le stazioni di servizio, i complessi industriali in mezzo agli acquitrini. Tutto questo viene rappresentato senza il minimo intento di fare sociologia, è solo un pezzo di “vera” America mai visto in una serie TV. 

E allora non è Lynch il riferimento giusto. Bisogna cercare in altro territorio, quello della letteratura: McCarthy, Lansdale e Ellroy, eccoli i punti di contatto. 

martedì 16 settembre 2014

FRIEDRICH DÜRRENMATT

DER VERDACHT - 1953
IL SOSPETTO




L’arrivo della cavalleria giunge in tempo per salvare i viaggiatori assaliti da Geronimo e le truppe francesi del generale Lasalle espugnano le segrete dell’Inquisizione un attimo prima che il pendolo compia l’ultima oscillazione.

Forse Bärlach avrebbe dovuto prendere tempo e non cacciarsi a capo fitto tra le zampe del ragno ma il tempo è proprio ciò che mancava al Vecchio commissario bernese. Come impietosamente viene ricordato dall’orologio che scandisce il passare delle ore e dei minuti.

La guerra è finita da pochi anni. L’orrore dei campi di sterminio, nati e cresciuti nel cuore evoluto della cristianità, toglie il respiro e la voce anche nel paradiso elvetico, simbolicamente rappresentato dal paradiso/inferno della clinica Sonnenstein.

La guerra è finita da un numero di anni sufficiente a garantire la stabile ripresa del progresso, del capitalismo, della modernità ma il nuovo Occidente è una carogna in putrefazione. Sadici, morfinomani, nani e giganti, alcolizzati e malati terminali popolano il romanzo di Dürrenmatt che, come sempre, si pone domande sul senso della vita, sulla giustizia, sulla tirannia, sulla libertà.

Nei primi anni Cinquanta, con disincantata eleganza, in un breve romanzo giallo, Friedrich Dürrenmatt condanna il comunismo, condanna il capitalismo e la religione istituzionalizzata e mette a fuoco il rapporto sado-masochistico tra vittima e carnefice, tra cacciatore e preda dove preda e cacciatore si scambiano ripetutamente i ruoli.

Si dice che la giovinezza finisce quando si tornano a leggere libri già letti. È quello che da qualche anno mi capita con sempre maggiore frequenza. Dostoevskij, Sciascia, Nabokov, Montale. E Dürrenmatt.  


mercoledì 3 settembre 2014

ASCENSORE PER IL PATIBOLO

ASCENSEUR POUR L'ÉCHAFAUD 

LOUIS MALLE - 1958







Il primo lungometraggio di Louis Malle si è conquistato la fama di capolavoro da non mettere in discussione. È senz’altro un bel film ma forse i meriti, alcuni pregevoli, sono stati eccessivamente enfatizzati. Infatti, ad una prima visione ci si lascia affascinare dai diversi colpi ad effetto impiegati come fuochi d’artificio che riescono a distorcere il giudizio in senso entusiasticamente positivo ma che ad una seconda visione lasciano emergere una sensazione di effimero che delude.

I due punti di forza del film sono Jeanne Moreau e Miles Davis.

A partire dal primissimo piano che occupa l’intero schermo, prima ancora dei titoli di testa e poi per tutto il film, l’attrice francese sprigiona la passione, la disperazione, la speranza ed infine la perdizione che una folle amante riesce a provare nelle varie circostanze in cui si trova coinvolta.

La colonna sonora appositamente composta dal musicista americano accompagna, connotandoli, personaggi e momenti salienti del film creando quasi sempre ambienti e situazioni che superano, in densità e acume, il lavoro del regista. Vedi il brano che sottolinea la scena dell’omicidio iniziale, riproposto poi all’interno dell’ascensore. Pezzo perfetto ben più incisivo dell’interpretazione dell’inespressivo Julien.

Questi due punti di forza costruiscono la sequenza più bella, in cui Jeanne Moreau passeggia sullo sfondo di vetrine illuminate lungo i marciapiedi affollati con Davis che interpreta Florence sur les Champs-Élysées. É il momento più alto del film, che da solo basta a giustificarne la fama.

Interessante, anche se più didascalica, la fotografia. Bianchi e grigi perlacei molto nitidi e tecnici nelle scene diurne nella sede della società di Carala; grigi pulviscolari viranti verso i bruni per le strade notturne bagnate dalla pioggia e verso i chiari all’alba in Boulevard de Grenelle; bianchi e neri fortemente contrastati nelle scene dell’interrogatorio.

Il resto, che è poi la struttura del film, scivola nello standard con qualche leggerezza da opera prima, forse generata dall’entusiasmo di aver girato momenti davvero sublimi capaci di offuscare, con la loro lucentezza, quello che è proprio di una narrazione cinematografica di genere, vale a dire il plot. In certi passaggi esso risulta davvero improbabile, come in tutta la linea narrativa dei “giovani idioti”. Ed incongruenze emergono pure nello sviluppo del racconto principale e nella sua conclusione. 
Decisamente superiore, per restare nel genere e in quegli anni e sempre a Parigi, Rififi di Jules Dassin.


Però c’è quella camminata di Jeanne Moreau e la tromba di Davis…






Questo post è dedicato ad Ilaria