cinema

mercoledì 16 novembre 2011

CREDIT CRUNCH AL CINEMA

MARGIN CALL
J. C. CHANDOR - 2011




A: film sul mondo della finanza e del denaro ne sono stati fatti molti ma questo è forse il primo tentativo di spiegare quanto sia successo in America tra 2007 e 2008.

B: e non si tratta di un documentario come l’eccellente Inside Job. Questo è proprio un film. Anzi, sembra quasi una pièce teatrale.

A: unità di tempo, luogo ed azione, secondo il canone. Tutto si svolge in 24 ore nella sede di una grande società finanziaria dai vetri dei piani alti della quale si domina lo skyline di Manhattan. Il giorno più lungo di una non nominata Lehman Brothers.

B: non si tratta della Lehman ma sicuramente quanto è successo quel 15 settembre ha influenzato certamente l’oscuro regista che si è anche scritto la sceneggiatura. Una vera sorpresa.

A: il credit crunch dall’interno, dagli uffici high tech, dai consigli di amministrazione convocati d’urgenza, colletti bianchi con le cravatte allentate.

B: l’inizio è sconvolgente. Dialoghi ai minimi termini, gesti e sguardi eloquenti. Con professionalità chirurgica si licenziano interi settori operativi. I dipendenti riempiono gli scatoloni e lasciano il posto di lavoro.

A: le prime sequenze hanno colpito anche me. Penso però che i caratteri siano un po’ schematici e si capisce subito quale sarà il ruolo del geniale mago dei numeri. Però la scelta del regista di procedere per sottrazione l’ho trovata molto intelligente. J. C. Chandor si mantiene sul filo della storia, senza concedersi nessuno scostamento. Come diceva il grande Carver della propria scrittura: ”io non taglio fino all’osso, taglio fino al midollo”. E qui tutto ciò che non ha a che fare con l’unità drammatica rimane fuori.

B: con una eccezione, l’apertura finale sul privato di Sam, ma è un attimo. Sì, hai ragione. Il film taglia via ogni accenno alle vite private, ai rapporti interpersonali. C’è solo l’analisi spietata dell’evento.

A: in realtà i rapporti tra i vari personaggi reggono il film però sono quasi deumanizzati. I personaggi sono funzioni , tra l’altro distribuite secondo livelli gerarchici ben definiti.

B: definiti ma precari, mobili. Come ogni gerarchia si può anche salire, come si può scendere.

A: sì, ma sempre in relazione all’azienda. In questo senso parlavo di deumanizzazione.

B: ma questa è la forza del film. E anche la sua presa di posizione contro il sistema. Margin Call è uno straordinario film di denuncia che lascia la bocca amara, molto amata.

A:  mi viene in mente un breve testo teatrale di Dürrenmatt, La caduta. Tutto un altro contesto, anzi, opposto, ma il ‘midollo’ posto alla luce del sole è lo stesso.

B: eccellente il cast. A me è piaciuto molto Stanley Tucci e il suo personaggio presente/assente, anche questo ben noto espediente narratologico.

A: bravo Tucci e bravo Kevin Spacey, gli altri piuttosto piatti, con un Jeremy Irons al minimo sindacale. Comunque un film che mi è piaciuto, con qualche riserva. Regista da tenere d’occhio.

B: a me è proprio piaciuto. Se penso ad un altro film ‘aziendale’ tutto interni, Il grande capo, dell’insopportabile – e inguardabile – Von Trier, non ho il minimo dubbio a definire Margin Call un gran bel film.

A: si tratta di due film profondamente diversi, e già che ci siamo, citiamo l’ottima serie TV The Office. Però su Von Trier siamo d’accordo.


7 commenti:

  1. ma chi sono A e B? :)
    su Von Trier come sai siamo in totale disaccordo, ciò non toglie che questo film m'interessa molto.
    grazie e ciao!

    RispondiElimina
  2. ciao roby,
    non è poi così importante chi siano a e b.

    un abbraccio sentito ad uno dei blogger più tosti della rete. numero uno per passione, competenza e costanza.

    a presto
    eustaki

    RispondiElimina
  3. eeehhh, grazie carissimo, sempre molto generoso con me! certo, a e b no, ma il film sì e nei cinema di milano non lo trovo... se hai dritte, anche per email, sono molto ben accette ;-)

    RispondiElimina
  4. Ciao Eustaki,
    mi interessa molto questo film, grazie per averne parlato.
    Von Trier insopportabile ed inguardabile però non te lo passo e Il Grande Capo non aveva certo la pretesa di spiegare le dinamiche aziendali quanto di essere un'opera metateatrale che riflette sui ruoli sociali. Una commedia, nulla di più.
    Un saluto

    RispondiElimina
  5. @roby

    l'ho trovato su videoweed

    RispondiElimina
  6. @ biancaneve
    infatti sono due film molto diversi. hanno in comune l'impianto teatrale.
    nelle conversazioni a ruota libera fra appassionati si tende a sparare giudizi tranchant. per quanto mi riguarda, faccio molta fatica a guardare un film di von trier fino alla fine. va bene un po' di masochismo ma tutto ha un limite.
    il rallenty iniziale di antichrist bellissimo, ma solo quello in tutta la sua filmografia. quindi posso dire che è un regista inguardabile (per me!)


    un abbraccio

    RispondiElimina
  7. Bè, se ti è piaciuto il rallenty di Antichrist allora dovresti proprio vedere anche le scene iniziali di Melancholia (solo quelle, dai) ;-)

    Io invece amo moltissimo von Trier. Lo reputo un vero artista, non solo un regista. E comunque noto che quando si parla di lui non ci sono vie di mezzo, o si odia o si ama, come si suol dire. Molti miei amici cinefili, come te, non lo sopportano. Quindi sono abituata a questi giudizi tranchants su di lui ;-)

    Un abbraccio a te.

    P.S.:
    quando vuoi, avevo scritto la recensione de L'ultimo vero bacio, un po' di tempo fa.

    http://ildolcedomani.blogspot.com/2011/10/lultimo-vero-bacio-di-james-crumley.html

    RispondiElimina